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 2011  novembre 26 Sabato calendario

LA CRISI DELL’EURO È GIÀ DA ALLARME ROSSO

«Ma dove s’è mai visto che una banca centrale debba essere prestatore di ultima istanza verso gli Stati», reagisce piuttosto irritato Franco Bruni, docente di politica monetaria internazionale alla Bocconi. Negli Stati Uniti, verrebbe voglia di rispondere, con la politica ultra espansiva della Fed e i massicci acquisti di Treasury operati negli ultimi 3 anni. Bruni lo sa bene e sui pericoli della troppa liquidità ha scritto un saggio (L’acqua e la spugna). Gli si fa osservare l’assurdità dell’attuale situazione, poiché, mentre Giappone e Svizzera hanno azzerato i tassi e negli Usa e in Gran Bretagna si perseguono politiche monetarie non convenzionali, la Bce resta l’unica banca centrale ostinatamente legata all’ortodossia monetaria: pur in presenza di una crisi sempre più grave dei debiti sovrani e di una valuta ancora sorprendentemente forte rispetto al dollaro.

«Anche la Fed ha avuto il pudore di giustificare i quantitative easing come un aiuto all’economia», spiega Bruni: un sotterfugio, fin che si vuole, per mascherare il finanziamento al Tesoro e avvallare una politica del dollaro debole che rende più competitive le aziende Usa. «Ma il principio dell’indipendenza della banca centrale dalla politica deve rimanere un caposaldo irrinunciabile». Bruni si scaglia contro la retorica del mercato che dalla Bce pretende interventi altrettanto forti di quelli Fed: il "bazooka" nel crudo lessico degli operatori. Ma intanto che fare? gli si chiede, poiché dopo Atene, Lisbona e Dublino, bruciano Roma e Madrid, mentre Vienna, Bruxelles e Parigi sono in affanno.

Bruni è convinto che alla fine la Bce interverrà e in questa idea s’è confermato giovedì, proprio mentre l’ennesimo apparente nulla di fatto nei colloqui tra Merkel, Sarkozy e Monti ha ulteriormente spinto al rialzo i rendimenti di tutti i titoli di Stato della zona euro. «Ha sentito le dichiarazioni di Sarkozy?», dice. Molto strane, in effetti, poiché dopo aver ripetuto da mesi, assieme ai suoi ministri, che la Bce doveva intervenire con decisione per acquistare bond governativi, Sarkozy ha serenamente dichiarato che l’indipendenza della Bce non andava discussa e, d’accordo con Merkel e Monti, affermare che non è compito della banca centrale aiutare gli Stati. Quel che ai mercati è parsa l’ennesima prova di immobilismo, a Bruni è suonata invece una doverosa affermazione di principio da parte della politica.

E solo dopo questo riconoscimento, la Bce potrebbe predisporre un intervento «eccezionale, mirato e temporaneo», sui titoli di Stato italiani e spagnoli. Stampando moneta, gli si chiede? «Certo, anche stampando moneta, perché non è facile sterilizzare grossi acquisti». L’importante è stabilire che la Bce è prestatore di ultima istanza per le banche (e anche in questo caso non a tassi stracciati), ma non per gli Stati e che qualsiasi intervento in questa crisi senza precedenti dev’essere eccezionale e giustificato da un nuovo rigore fiscale da parte dei Paesi dell’Unione.

Se la convinzione di Bruni fosse confermata dai fatti, saremmo a una svolta e non è escluso che qualche novità possa arrivare nel fine settimana e in ogni caso prima dell’incontro dei capi di Governo Ue del 9 dicembre; anche perché rendimenti sui titoli italiani a breve al 10%, come si sono visti ieri per i Bot a 3 mesi, segnalano l’imminente fallimento del Paese. In ogni caso la Bce e la politica europea hanno sempre subìto gli eventi e quanto si sono mosse hanno agito «sempre troppo tardi e troppo poco», come sostengono gli operatori. Forse, prima di vedere un intervento della Bce, si dovrà ancora soffrire e forse potrebbero arrivare provvedimenti tampone: «il vincolo di portafoglio», auspica Bruni, che obbliga le banche a non vendere i titoli di Stato.

In settimana le Borse son tornate a precipitare: -4,7% Wall Street, -4,6% lo Stoxx (-3,7% Londra, -4,7% Parigi, -5,3% Francoforte e -8,5% Milano).