Angelo Varni, Domenica-Il Sole 24 Ore 20/11/2011, 20 novembre 2011
CRONACA MINUTA DELL’UNITÀ
Nello Ajello Taccuini del Risorgimento Laterza 2011
L’epopea della «grande storia» sempre si intreccia, agli occhi di chi la vive da partecipe spettatore, con i ritmi consueti della cronaca minuta, dove le azioni dei protagonisti destinati a popolare le future pagine dei libri di testo si alternano, senza soluzioni di continuità, alle sensazioni, alle interpretazioni degli eventi, alle aspettative suscitate nella gente comune da ciò che osserva nella realtà della propria quotidiana esistenza.
È quanto ci comunica questo originale esperimento di «cronaca in differita», realizzato da Nello Ajello combinando la fluidità narrativa del giornalista con l’attenzione critica al succedersi dei fatti, colti con la precisione dello storico, ma anche con lo sguardo emotivamente coinvolto dei contemporanei. Lungo i trenta giorni che precedettero la proclamazione ufficiale della raggiunta unità nazionale sotto la corona del re sabaudo, il lettore viene guidato in una sorta di "nastro" continuo di notizie tratte dai giornali e dai documenti dell’epoca, quasi sintesi prodotta da un’immaginaria agenzia di stampa, in grado di trasmettere il senso più intimo degli avvenimenti decisivi in corso, insieme a quanto riguardava aspetti significativi delle abituali relazioni sociali tra i cittadini, in procinto di diventare tutti «italiani».
Ecco, allora, il resoconto dei festeggiamenti torinesi per la fine vittoriosa dell’assedio di Gaeta, tra sventolii di bandiere, lodi al sovrano, sfoggio di divise e di medaglie, seguito, lo stesso 20 febbraio 1861, dal racconto di una lite coniugale a Ivrea e dall’ironico allestimento della vetrina di un salumaio fiorentino che aveva collocato su uno scaffale il busto in gesso di Vittorio Emanuele con attorno un’esposizione di salami e il commento relativo nel senso della rappresentazione del sovrano in mezzo ai suoi sudditi.
Numerose le cronache romane, da una città, cioè, ancora al centro dell’attenzione universale, ancora sede ovviamente del capo spirituale della cristianità, ma in bilico tra difesa a oltranza del suo ruolo storico, politico oltre che morale, e accettazione delle pulsioni di un presente che reclamava il diritto dei popoli alla propria fisionomia nazionale. Con in più l’addensarsi nelle sue vie di una molteplicità di militari, tra armata francese inviata a tutela dell’intangibilità della Santa Sede e appartenenti ai vari eserciti dislocati nelle parti della penisola via via conquistate dall’avanzata delle truppe sabaude o garibaldine. Mentre vi si spegnevano, non senza pericolosi sussulti di rivincita, le ultime, malinconiche speranze di Francesco II, il Borbone rifugiatosi presso la corte papale dopo la perdita del trono di Napoli, di conservare una qualche dignità regale, e questo nonostante la presenza al suo fianco della giovanissima consorte Maria Sofia, diretta discendente della più alta nobiltà europea, sorella di Sissi, la sposa dell’imperatore asburgico e simbolo stesso di un mondo destinato a un irrimediabile tracollo. Roma, comunque, al centro dei pensieri e delle trame diplomatiche internazionali, dal momento che non solo le suggestioni millenaristiche di Mazzini, ma la stessa razionalità politica di Cavour l’aveva designata a capitale insostituibile della nuova Italia costruita dalla vicenda risorgimentale.
Da Torino arrivavano sotto gli occhi dell’immaginario lettore del tempo le parole solenni del discorso della corona, pronunciato da Vittorio Emanuele II in apertura del nuovo Parlamento, ma anche i termini del concorso bandito dal prefetto di palazzo di sua maestà per il reclutamento di quattro musicisti mancanti al corpo di musica della Reale cappella.
La "campagna" a favore dell’annullamento delle condanne gravanti sul capo dell’"eterno" esule, Giuseppe Mazzini, faceva da riscontro alle esaltanti cerimonie popolari in onore di Garibaldi, oggetto di una sorta di santificazione laica, ma pure della curiosa presa di distanza dalla moda che ne imitava il fluire della chioma lunga fino alle spalle e che quindi favoriva l’indebolirsi della capigliatura, «associando l’immagine ufficiale del garibaldino con quella del "patriota condannato alla calvizie"».
Una galleria di ritratti e di situazioni che si succedevano in una penisola che cominciava via via a conoscersi, anche in seguito all’accelerarsi della costruzione della rete ferroviaria intesa quale chiave di volta di ogni concreta modernizzazione e intanto ci si avvicinava al fatidico 17 marzo e ai suoi universali festeggiamenti, che esplosero pure nelle terre del Veneto, del Lazio, del Friuli, mettendo in allarme le autorità austriache e pontificie forse presaghe della loro impossibilità di fermare il cammino di una nazione che la storia voleva unificata all’interno dello stesso ordinamento statale.