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 2011  novembre 20 Domenica calendario

LE BORSE GUARDANO AL DEBITO USA

Da un debito all’altro. Come in un gioco rischioso, dove il cerino acceso è passato di Stato in Stato, il mercato torna a guardare l’altra sponda dell’Atlantico. Il motivo? Semplice. Il prossimo 23 novembre scade il termine per l’accordo sul piano di riduzione del deficit federale: 1,2 trilioni di dollari da tagliare in dieci anni. Il timore, visti anche i precedenti agostani, è che la super commissione parlamentare non raggiunga l’intesa. «Il focus globale - spiega Fabrizio Pasta, head of securities di Ubs Italia Sim - rimane su Eurolandia. Tuttavia, le tensioni a Washington possono rendere più nervosi i mercati».

Certo, in mancanza d’accordo il taglio del deficit scatterà comunque. E però, al di là del fatto che la procedura sarebbe ritardata al 2013, è l’ammontare stesso del debito pubblico Usa a far tremare i polsi. Si tratta di circa 15mila miliardi di dollari, poco più del 100% del Pil, che devono essere gestiti e ridotti. «L’appuntamento di mercoledì è importante», dice Angelo Drusiani di Albertini Syz. Anche perché molti rimarcano il pericolo: gli Stati Uniti, in leggera ripresa, potrebbero di nuovo rallentare a causa del contagio da debito pubblico europeo.

Già, l’Europa. Nel Vecchio continente, dopo gli insediamenti ad Atene e Roma di due nuovi governi di «salvezza nazionale», gli analisti guardano in quel di Madrid. «Attualmente - ricorda Paolo Boretto, direttore investimenti di Symphonia Sgr - la politica, in un rapporto di reciproca influenza, è diventata un market mover dei mercati. Seppure l’esito delle elezioni paia scontato, ciò che gli operatori si attendono in Spagna è la nascita di un’ampia maggioranza. Che, cioè, possa avere la forza per avviare le riforme necessarie».

Lo spread è il «Re»

Quelle riforme che, ovviamente, il mercato attende anche in Italia. A ben vedere, l’apertura di credito al nuovo esecutivo guidato da Mario Monti è stata abbastanza ampia. Lo spread tra il BTp decennale e il Bund, seppur nella seduta di martedì è salito a 530 punti base, venerdì ha poi chiuso a quota 471. Cioè, dopo l’ok di Senato e Camera la pressione sul debito italiano è scesa. «Anche se - sottolinea Boretto - bisogna fare alcune precisazioni». Vale a dire? «Le tensioni sono calate sulle scadenze decennali, dove peraltro la Bce realizza il suo shopping, ma non su quelle più brevi. Inoltre, sull’altro importante fronte del bond bancari italiani i problemi restano. Qui la liquidità è molto scarsa e, proprio la prossima settimana, viene a scadenza una serie importante di emissioni».

Insomma, gli analisti restano con le antenne ben alte e l’Italia rimane comunque sotto osservazione. «Del resto - ricorda Pasta - il Ftse Mib, nella scorsa settimana, ha comunque chiuso in calo del 3,46 per cento. In particolare lunedì, quando molti attendevano il rimbalzo sul news flow legato al futuro governo Monti, Piazza Affari ha invece chiuso all’ingiù». È accaduto che i grandi investitori, spaventati dall’allargarsi della crisi su Parigi (lo spread con Berlino è salito a 188) e Vienna, non sono andati in acquisto. «Al contrario, chi si era pre-posizionato ha dovuto chiudere le posizioni. I veri acquisti, cioè, non ci sono stati».

Insomma, è una Borsa in stand by che, nel Vecchio continente, attende i prossimi passi della politica. In particolare, si pongono molte speranze sull’incontro, di giovedì 24, della troika Monti-Merkel-Sarkozy. «L’esperienza da economista del premier italiano - sottolinea Drusiani - può imprimere, già ai massimi livelli decisionali, le strategie nella giusta direzione».

Fin qui, le elezioni e i leader nazionali: ma i fondamentali macro economici? In un simile scenario, giocoforza, finiscono sullo sfondo. Anche se le quotazioni in Borsa, in particolare in Europa, «scontano il rallentamento della congiuntura», dice Pasta. In tal senso, un importante appuntamento negli Usa è costituito dal Thanksgiving (il 24 novembre). «Ci sarà l’indicazione dello stato di salute della domanda aggregata». Quei consumi che, comunque, fin qui hanno contribuito a spingere i conti della Corporate Usa: le società dell’S&P500 , infatti, hanno battuto del 4% le stime sugli utili. Non un granché, ma meglio di niente.

Adesso, però, la sfida è sul prossimo futuro. Nel Vecchio continente un quadro lo potranno dare le indagini sulla fiducia economica, a partire dall’Ifo tedesco.