Alain Elkann, La Stampa 27/11/2011, 27 novembre 2011
“Ora racconto l’America latina e triste” - Alberto Arbasino, di cosa parla il libro cui sta lavorando? «Ne sto sistemando uno molto corto
“Ora racconto l’America latina e triste” - Alberto Arbasino, di cosa parla il libro cui sta lavorando? «Ne sto sistemando uno molto corto. L’opposto di “America amore”. Un paio di anni fa, ho fatto un giro per varie capitali dell’America latina: ho preso appunti, ma non ho pubblicato articoli, perché sarebbero diventati troppo lunghi. Mi sono ispirato a “Tristes tropiques” di LéviStrauss, anche perché era il centenario della sua nascita. Ma per lui erano tristi e tropicali talune tribù indigene del Brasile selvaggio, mentre a causa di una enorme crisi economica erano diventate tristissime le grandi capitali sudamericane già prospere e felici. Basta ricordare i tempi quando Evita Peròn portava a Roma i soccorsi per i nostri affamati. Allora gli argentini e i brasiliani sembravano ricchissimi e allegrissimi rispetto alle miserie del nostro dopoguerra. Così ho raccontato le gran tristezze della crisi economica nelle metropoli sudamericane: altro che “Tristes tropiques”». E la crisi in Italia? «Qui da noi? No comment. È troppo presto per commenti e giudizi, ovviamente; e non li fa nessuno, infatti. Tutt’al più, auguri per Natale». Mentre nel nostro paese c’erano grandi movimenti politici, lei si trovava a New York. Che cosa ha fatto in quei giorni e che cosa ha visto? «Sono andato in giro ogni giorno per musei e gallerie; e ogni sera a teatro per assistere a numerosi spettacoli. E rivedendo “Follies”, la prima volta fu 40 anni fa. E il magnifico “Anything Goes” di Cole Porter, addirittura del 1934. “Sigfrido” al Metropolitan, naturalmente, si riascolta con piacere». E per quanto riguarda le mostre? «Ho alcuni dubbi. La più affollata è la retrospettiva di de Kooning. Al MoMa si paga il biglietto 25 dollari, i vecchi e i giovani 18 dollari, e chi sta pochissimo a New York va comunque a visitarlo, qualunque cosa vi sia. Non so quale altro prodotto si venda come un biglietto del MoMa. Però, nello stesso genere tardo espressionista astratto, a tutti quei de Kooning preferisco i non molti Matta, commemorato a cura dei musei spagnoli alla Pace Gallery, nel nuovo quartiere delle gallerie, già a Soho, ora nelle ventesime strade fra la decima avenue e l’Hudson river». New York le è sembrata una metropoli triste come quelle che lei descrive nel suo nuovo libro sul Sud America? «No. New York è faticosa e stancante, soprattutto per chi ha una certa età. I taxi sono pochi, e quasi tutti “off”. E la folla più abbondante di quando si era più giovani: basta controllare sulle foto della Fifth Avenue mezzo secolo fa». Ma secondo lei New York resta la capitale del mondo? «Perché no? Tutto questo dispendio di energie e di stanchezze produrrà pure qualcosa». Anche in letteratura? «Non saprei. Non ho voglia di tenermi al corrente con le novità e con i bestseller». Che cosa legge? «Leggo libri storici, cataloghi e programmi di mostre e spettacoli, diari spesso postumi come quelli di Christopher Isherwood. Più interessanti delle novità, anche perché vi ritrovo persone che ho fatto in tempo a conoscere. Poi, sfogliando i giornali, ritornano memorie del vissuto. Per esempio, Borges che dopo un’intera mattina di intervista Rai, la sera in un ristorante mi chiede: “Chi siete?”. Kissinger, mio docente a Harvard nel 1959, su cui ho scritto abbastanza. E più recentemente, Joan Didion, al suo primo ricevimento dopo la morte dell’amato marito, e il memoriale che ne aveva scritto, con successo. E lì, per decine di ospiti, c’erano un paio di camerieri, non una ventina come ho letto da qualche parte». È vero che molti giovani si riferiscono a lei e al suo lavoro con grande ammirazione quasi fosse un guru? «Non mi sento affatto un guru! Ma dopo una vita piuttosto vissuta, credo di avere accumulato parecchie esperienze da raccontare. Non so se questi ricordi interessino alla maggioranza dei giovani. I miei coetanei, invece, guardavano il passato soprattutto come fondamento per noi classici moderni». Secondo lei romanzi, poesia, libri di viaggio attirano ancora molto? «I libri attuali durano pochissimo. Nelle grandi riviste d’una volta divi come Wanda Osiris e Totò facevano continue citazioni di classici benissimo capite da qualunque pubblico: Lucia Mondella, Elena di Troia, la Monaca di Monza, Francesca da Rimini, l’Orlando Furioso che diventava Orlando Curioso... Negli sketch comici della tv attuale, si saprebbero ancora? L’arcidiavolo Totò? Mah!». Come vive la sua età avanzata? «Tranquillamente, facendo libri nuovi. L’ultimo, “America amore”, era lunghissimo e rielaborava testi ormai storici, per me. Questo nuovo è tutto inedito. E poi sui giornali, ritorno per nuove scoperte sui luoghi delle antiche esperienze. E rievoco un passato-vissuto che non so a quanti, oggi, possa interessare davvero».