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 2011  novembre 27 Domenica calendario

Le banche pronte al crac dell’euro - La cronaca delle aste dei titoli di Stato europei, soprattutto quelli italiani i cui rendimenti sono schizzati oltre il 6% nella scadenza a sei mesi, e degli abbassamenti dei rating degli emittenti a rischio, con i bond del Portogallo a livello spazzatura e il Belgio sceso a AA da AA+, sta dettando l’agenda degli strategist nelle banche di tutto il mondo, Europa esclusa

Le banche pronte al crac dell’euro - La cronaca delle aste dei titoli di Stato europei, soprattutto quelli italiani i cui rendimenti sono schizzati oltre il 6% nella scadenza a sei mesi, e degli abbassamenti dei rating degli emittenti a rischio, con i bond del Portogallo a livello spazzatura e il Belgio sceso a AA da AA+, sta dettando l’agenda degli strategist nelle banche di tutto il mondo, Europa esclusa. Sul tavolo c’è l’ipotesi sempre più temuta, del dissolvimento dell’Eurozona. Che cosa fare, nel caso in cui Atene dovesse tornare alle dracme, Madrid ai pesos e Roma alle lire? La prima frontiera aggredita dallo tsunami di una restaurazione valutaria che riportasse l’orologio al 1999 sarebbero le banche, che in varia misura sono esposte al rischio delle svalutazioni dei titoli governativi di cui sono zeppi i loro portafogli. Tranne che nell’epicentro della crisi, dove la Germania guida la pattuglia dei negazionisti, negli altri istituti di credito dalla Gran Bretagna all’America e ai centri finanziari asiatici, il piano B è all’ordine del giorno degli analisti e degli organi di vigilanza. «Non possiamo chiudere un occhio su questo fronte, e non lo facciamo», ha detto al New York Times Andrew Bailey, della Financial Services Authority (la Consob inglese). Le banche internazionali, per esempio la Merrill Lynch, la Barclays Capital e la Nomura, hanno messo nero su bianco la possibilità di uno sgretolamento nei rapporti per la clientela inviati la scorsa settimana. «La crisi finanziaria europea è entrata in una fase molto più pericolosa», hanno scritto gli analisti di Nomura. «Una frattura dell’euro ora appare probabile piuttosto che soltanto possibile», hanno spiegato, a meno che la Banca centrale europea entri in scena al posto dei governi che hanno fallito finora. Tra le banche inglesi, la Royal Bank of Scotland è uscita allo scoperto tre giorni fa annunciando un piano di riserva. Le autorità di controllo americane sul mondo bancario già da settimane stanno facendo pressione su Citigroup e gli altri colossi del credito Usa perché riducano l’esposizione ai titoli in euro. Idem per le autorità monetarie di Hong Kong, che stanno monitorando quotidianamente l’incidenza sui bilanci delle banche locali e internazionali delle emissioni europee a rischio. Le precauzioni dalla Cina a Londra a Wall Street si scontrano con il muro della fiducia che oppongono i politici e i banchieri dell’Eurozona. «Mentre negli Stati Uniti pensano che l’euro possa spezzarsi, qui noi crediamo che l’Europa debba restare come è oggi», ha detto un banchiere francese riflettendo l’opinione condivisa del mondo bancario parigino. «Nessuno sta dicendo tra di noi che c’è bisogno di un passo indietro». E da Intesa Sanpaolo, per l’Italia, è arrivato un identico parere: «Anche se la situazione si è evoluta rispetto al piano strategico 2011-2013 presentato nel marzo scorso», ha detto Andrea Beltratti, presidente del consiglio di gestione della banca, «non abbiamo rivisto il nostro scenario per prendere in considerazione questa ipotesi». Nel proiettare le diverse strategie secondo i possibili sviluppi, otto mesi fa la banca non aveva contemplato l’ipotesi di un euro spezzato, e niente è cambiato, per gli “strategist” interni, da rendere necessario un piano di riserva. «Sicuramente ha concesso Beltratti - avevo più fiducia qualche mese fa, ma sono ancora ottimista».