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 2011  novembre 27 Domenica calendario

Manda una mail e in tre ore seduce il «New York Times» - Questa è una storia di spe­ranza per tut­ti i giovani senza lavoro

Manda una mail e in tre ore seduce il «New York Times» - Questa è una storia di spe­ranza per tut­ti i giovani senza lavoro. A scri­verla è stato un ra­gazzo che nel 2008, quando aveva appe­na 24 anni, è riusci­to dalla mattina alla sera a farsi reclutare dal più importante organo di stampa del mondo, semplicemente inviando un messaggio di posta elettronica alla reda­zione. Non dovete pensare al giapponese Yomiuri Shinbun , che con i suoi 14 milio­ni di co­pie al giorno non ha rivali sul piane­ta quanto a diffusione. Le copie non basta contarle, bisogna anche pesarle, e quelle del New York Times , nonostante siano ap­pena 917.000, hanno di sicuro un peso specifico che nessun altro quotidiano può vantare. È lì,al Nyt ,l’unico giornale ad annovera­re fra le sue firme ben 107 premi Pulitzer dal 1917 a oggi, che s’è stabilmente acca­sato il milanese Francesco Bongiorni, na­to a Garbagnate nel 1984 e da tre anni resi­dente a Madrid. Di professione fa l’illu­stratore. Il suo compito è quello di arric­chire la pagina che ospita gli ispirati edito­riali del New York Times o di corredare i grintosi reportage degli inviati speciali. Niente a che vedere col verismo delle tavo­le di quell’Achille Beltrame da Arzignano (Vicenza) che all’età di 28 anni, quattro più di Bongiorni, fu chiamato da Luigi Al­bertini a disegnare le copertine della Do­menica del Corriere e rimase fedele alla sua sposa dal primo numero, uscito l’8 gennaio 1899, fino a quando depose le ma­tite colorate e morì, il 19 febbraio 1945, senza mai concedersi un giorno di ferie. Nei lavori del giovanotto, al contrario, prevalgono le atmosfere rarefatte, surrea­li, magrittiane, popolate da omini penso­si apparentemente dediti ad attività as­surde: un distinto signore che scruta nel­le profondità di un codice a barre trasfor­mato in tombino; un pescatore che getta l’amo in un cervello; un muratore sulla scala che appiccica sul display di un enor­me Iphone le icone delle varie applicazio­ni come se fossero altrettante piastrelle. Ma anche le due Torri gemelle fatte di cor­pi­accatastati per commemorare il decen­nale degli attentati dell’11 settembre; una donna che scosta una tenda rossa su cui campeggia la falce e martello e sotto, appeso al muro, trova un ritratto di fa­miglia; una ragazza irania­na avvolta nel chador che fronteggia da sola un mani­polo di lugubri poliziotti in assetto antisommossa, avendo come unica difesa, fra sé e gli sgherri nerovesti­ti del presidente Mahmud Ahmadinejad, la banda bianca orizzontale che se­para il verde dal rosso nel­la bandiera persiana. Il fatto è che Bongiorni non s’è limitato a inventarsi un lavoro- e che lavoro- sem­plicemente standosene seduto al compu­ter. No, nel giro di poco tempo s’è anche conquistato una clientela da far invidia ai più famosi professionisti del ramo. Infatti le sue illustrazioni sono apparse e appaio­no anche su altre famose testate statuni­tensi come Washington Post, Wall Street Journal , New Yorker , Businessweek , Bo­ston Globe , Boston Magazine e Wired , e poi sull’inglese Guardian , sul canadese Globe and Mail , sullo spagnolo El Mundo , sul tedesco Der Freitag , sugli italiani Cor­riere della Sera , Sole 24 Ore ,L’Espresso ,Pa­norama Economy e Limes . Ma disegna an­che per la Yale University, per l’ Harvard Business Review edita dalla Business School di Boston dove si laureò George Bush figlio e per la rivista della Princeton University dove insegnò Albert Einstein. Ad appena tre anni dall’esordio,e que­sto è forse l’aspetto più stupefacente, Bon­giorni è già stato inserito - unico italiano accanto a quattro americani, due cinesi, due coreani,un inglese,un serbo,un croa­to, un indiano e altri emergenti di varie na­zionalità - nel portfolio Visual Artists 2011 di Print Magazine , la rivista statuni­tense di arti grafiche che ogni anno lancia il concorso 20 under 30 per individuare in tutto il mondo 20 fra designer, illustratori e fotografi di età inferiore ai 30 anni. Un ri­conoscimento doppiamente importan­te, perché a 20 under 30 non si può concor­­rere: è Print Magazine che stila la classifi­ca interrogando gli art director delle prin­cipali case editrici internazionali. Bongiorni si considera fi­glio d’arte. Il padre Paolo, ar­chitetto con studio a Corma­no, progetta abitazioni e se­di di banche. Il fratello Mar­co, pittore, insegna alla Na­ba di Milano, la Nuova acca­demia di Belle arti frequen­tata anche da Francesco («all’ultimo anno di corso ebbi la sorpresa di ritrovar­melo nella commissione d’esame»). La sorella Alice è direttrice di doppiaggio e doppiatrice a sua volta. Il nonno materno, Ermanno Romanò, era scultore; spedito in guerra sul fronte greco­albanese, tenne un diario della sua odis­sea con i disegni anziché con le parole. Dopo essere uscito dal liceo artistico di Desio,Bongiorni è stato per anno all’Uni­versità di Belle arti a Salamanca col pro­gramma Erasmus e poi s’è iscritto all’Isti­tuto europeo di design a Milano. Perché ha scelto l’illustrazione? «Non ero portato per fare il pittore.M’inte­ressava di più raccontare storie per imma­gini, come mio nonno. Soprattutto non mi andava di aspettare che un gallerista mi notasse per cominciare a lavorare. I pit­tori sono diventati molto remissivi, devo­no stare al gioco dei mercanti d’arte, un circuito che non m’è mai piaciuto». Da ragazzo che fumetti leggeva? «Asterix e Tex. E poi Zanardi, il personag­gio disegnato da Andrea Pazienza». Simbolo di desertificazione morale: «La caratteristica principale di Zanar­di è il vuoto, l’assoluto vuoto che per­mea ogni azione », diceva il suo autore. «Apprezzavo il disegno. Era divertente». Non capisco che cosa ci sia di diverten­te in un tizio che fa uccidere la preside del liceo dal secchione della classe. «Cattivo ma ironico. Anticonvenzionale. Faceva il verso agli anni Ottanta». Al New York Times come c’è arrivato? «Dasolo. Il 1˚ maggio2008hoinviatouna mail molto semplice: mi chiamo France­sco Bongiorni, questi sono i miei lavori, vorrei poter collaborare. Nel pomeriggio dovevo raggiungere l’isola d’Elba con al­cuni amici per una breve vacanza, avevo già prenotato traghetto e hotel. Tre ore do­po, prima di partire, ho controllato per ca­so la posta elettronica e ho visto che c’era una risposta del Nyt ». Che cosa diceva? «“Potrebbe mandarci entro sei ore un’il­lustrazione sulle tensioni fra Cina e Rus­sia?”. Ho telefonato ai miei amici: partite da soli. E mi sono messo subito al lavoro». «Ecco la prima triste verità sulla pro­fessione di illustratore: la fretta», co­me insegnava Achille Beltrame. «Queste missioni impossibili mi hanno subito entusiasmato. Quando sono sotto pressione, riesco a dare il meglio di me stesso. Ho la sindrome da foglio bianco». Ne soffriva anche Indro Montanelli, al pari di tutti i grandi giornalisti. «Con un argomento ben preciso da rap­presentare, un formato e soprattutto un orario di consegna, sono paradossalmen­te riuscito a sbloccarmi e a ottenere risul­tati migliori. Il Nyt mi chiama quando a New York sono circa le 11, quindi le 17 da noi.Ho tempo al massimo fino alle 24,fu­so d’Europa, per consegnare. È come rice­vere una scarica di adrenalina. In questo spazio ristrettissimo devo tradurre l’arti­colo che mi hanno chiesto d’illustrare, do­cumentarmi sul tema trattato dal giornali­sta, mandare all’art director un bozzetto per l’approvazione, eventualmente cor­reggere, eseguire il definitivo e spedire». E che temi le assegnano, di solito? «Credo d’essere diventato il loro arabista. Tutti i disegni che riguardano l’Islam, il Medio Oriente,l’Afghanistan,Al Qaida,e più in generale il terrorismo di matrice musulmana, capitano a me». Bravura a parte, perché al New York Ti­mes avranno puntato proprio su di lei? «E chi lo sa? Magari mi ha portato fortuna il cognome facilmente memorizzabile, come capitò a Mike Bongiorno. I clienti americani scherzano sulla mia identità: “Buongiorno,Bongiorni”.Figli e nipoti di immigrati usano l’inglese quando mi de­­vono dare istruzioni di lavoro, ma per par­lare del più e del meno amano far sfoggio dell’italiano stentato appreso in famiglia. Non si ha idea di come sia radicato negli States l’amore per il nostro Paese». Quanto le hanno pagato quel primo di­segno? «Se non ricordo male, 500 dollari. Ma la soddisfazio­ne più grande è stata vede­re la dicitura “Francesco Bongiorni” sotto la tavola che appariva anche nel­l’edizione online del Nyt . Solo in quel momento ho re­alizzato pienamente la for­tuna che mi era capitata. Mentre disegno, sono tal­mente preso che nemme­no mi ricordo per chi sto la­vorando. Metto molta cura nei dettagli. Per raffigurare un gruppo di guerriglieri islamici di varie nazionalità so­no­andato a controllare una per una le dif­ferenze d’abbigliamento fra talebani, pakistani, palestinesi, yemeniti». Ma c’è Dio o il diavolo nei dettagli? «Un po’ di entrambi.Sono la parte più dif­ficile. Se disegnati bene, rendono l’illu­strazione unica, pulita. Se sono troppi e troppo leziosi, piccoli, estremizzati, la ta­vola diventa pedante. A volte nascondo qualche scherzo fra questi elementi. In una specie di parlamento stilizzato realiz­zato per la copertina di Der Freitag ho in­serito le silhouette di Michele ed Erika, i miei migliori amici, che vivono ad Heidel­berg, in Germania, lui fotografo, lei ricer­catrice, prendendoli dai loro profili su Fa­cebook. Poi li ho invitati a recarsi in edico­la il venerdì: benché fossero due ritratti microscopici, si sono riconosciuti». Perché è andato a vivere in Spagna? «Non certo per astio verso l’Italia, nono­stante Madrid sia zeppa di nostri conna­zionali così inveleniti da dire: “ Che schifo Milano!”. Non è il mio caso». Allora perché? «Per amore. All’Università di Salamanca ho conosciuto Ana, che fa la guida turisti­ca al Museo del Prado». Dove abitate? «In un appartamentino di 55 metri qua­drati nei pressi dello stadio Santiago Ber­nabéu. Ci costa 760 euro al mese d’affitto, ma stiamo per trasferirci in un alloggio da 850 euro, con 20 metri quadrati in più, do­ve avrò uno studio tutto per me. Finora ho dovuto lavorare sul tavolo del soggiorno». Che cos’ha la stampa americana che quella italiana non ha? «Il gusto del disegno. Negli Usa gli art di­rector dei giornali sono illustratori, da noi grafici, fotografi o giornalisti. E la profes­sionalità. Quando lavoro per loro, perce­pisco che si fidano ciecamente di me. In Italia non sai mai come andrà a finire. So­no tutti più nervosi». Gli americani pagano anche di più. «Di più e subito. In 15 giorni ti arriva a casa l’assegno. In Italia devi aspettare come minimo due o tre mesi, se va bene». Ora quanto guadagna? «Per una tavola a tutta pagina almeno 1 .000-1 .200 dollari. L’ International He­rald Tribune mi ha pagato alcuni disegni già apparsi sul Nyt nonostante l’editore che stampa i due quotidiani sia lo stesso». E quando le bocciano un lavoro? «Abbozzo un sorriso e ricomincio dacca­po. Prima impreco e spezzo qualche mati­ta, ma il cliente non può vedermi». Hai mai fatto la fame all’estero? «Sì, nel 2008. Sono stato un incosciente a trasferirmi subito a Madrid. Avevo poco lavoro e dovevo pagare l’affitto. Mi sono spaventato. Allora sono tornato in Italia a decorare muri e pavimenti di negozi e showroom fra Milano e Treviglio». Che consigli darebbe ai suoi coetanei che non riescono a trovare un lavoro? «Di lavorare tanto, tantissimo. Di immagi­narselo, un lavoro. Di cercarlo in modo trasversale. Di usare la fantasia. Di buttar­si e di provare. Il mio lavoro non esisteva. Me lo sono dovuto creare da solo». Non la spaventa il fatto di non avere un posto fisso e di essere in balia degli umori dei suoi committenti? «Solo per brevi periodi. Quando per due settimane di fila non squilla il telefono, co­mincio a inquietarmi. È il momento in cui devo mantenere la calma. Tanto so già che poi i lavori da fare arriveranno tutti in­sieme e dovrò stare in piedi a disegnare anche di notte». E per la pensione come farà? «Eeeh... uhm...». (Ride). «Se mi metto a pensarci, mi viene il mal di testa. Mi farò una pensione integrativa. E lavorerò anche dopo aver raggiunto l’età pensio­nabile ». Ha un sogno nel casset­to? «Mi piacerebbe avere più tempo per lavorare su un progetto personale riguar­dante gli zombie». Crede ai morti viventi? «No, ma sono un patito dei film del regista George An­drew Romero. L’ho anche incontrato a un concerto del jazzista Paolo Fresu, che mi aveva invi­tato in segno di riconoscenza per avergli disegnato la copertina di un suo Cd. Gli zombie sono un anticipo dell’apocalisse, infettano il mondo. Ci vedo un parallelo con questa situazione di contagio finan­ziario, in cui l’aggressività aumenta. Mi capita anche di passare interi pomeriggi al Prado a osservare Il Trionfo della Morte di Pieter Bruegel. Non esiste una rappre­sentazione più brutale e minuziosa del de­stino che tutti ci attende». Tocchiamo ferro, va’. «Poi torno a casa e mi consolo ascoltando il flamenco di Diego El Cigala».