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 2011  novembre 27 Domenica calendario

Uno squillo mi gela nella notte: «Tua cugina uccisa a New York» - Quando i detective del­la squadra omicidi di East Harlem mi hanno chiamato in piena not­te, mi sembrava di essere finito in un brutto sogno

Uno squillo mi gela nella notte: «Tua cugina uccisa a New York» - Quando i detective del­la squadra omicidi di East Harlem mi hanno chiamato in piena not­te, mi sembrava di essere finito in un brutto sogno. Le mani mi tre­mavano e il cellulare mi è caduto dalle mani. Non riuscivo nemme­no a raccorglierlo. Tremavoe e su­davo a freddo come fossi precipi­tato in un incubo terribile e stra­ziante. Non riuscivo a distingue­re: ero sveglio, stavo sognando? Ho pensato anche a uno scherzo di cattivo gusto. Magari con il fuso orario qualcuno che mi chiama dall’Italia. Ma sarebbe stato trop­po. «I am sorry, my name is de­tective Tho­mas Ryan and your cousin Ri­ta is dead». Sono riuscito soltanto a dire «What? Are you kidding me...». Mi stai pren­dendo in giro? gli ho gridato come un dispe­rato. Forse c’era uno sbaglio, un’omonimia. Il detective, con molta professio­nalità e calma, mi ha pregato di ri­chiamarlo al commissariato, così avrei potuto verificare che il nume­ro era proprio quello del Precinct 25esimo. Dall’altra parte purtrop­po il detective Ryan ha alzato la cor­netta e dispiaciuto mi ha ripetuto la notizia. Mia cugina era stata as­sassinata. Rita era stata accoltellata ben tre volte. Il suo corpo era ancora river­so sul pavimento del suo apparta­mento. Hanno trovato il business card sul suo frigo e mi hanno subi­to chiamato. Tremavo, farfuglia­vo, ero incredulo e il detective con tatto e garbo mi chiedeva di aiutar­lo. Il suo portatile Apple era scom­parso e lui mi chiedeva quali erano le sue email e il suo indirizzo Skype. Cercavano gli ultimi contat­ti di mia cugina, ammazzata in ca­sa con due fendenti al petto, uno fa­t­ale che le ha reciso l’arteria polmo­nare, un’altro alla gola. Il detective voleva sapere dove Rita lavorasse, se avesse un lavoro. Se studiasse e in quale college. Se potevo subito fornire una lista di amici e amiche, se ero l’unico parente a New York ce ne fossero altri. Il balordo, forse un tossicodipen­dente, era entrato nel suo apparta­mento: voleva rubare qualche dol­laro e qualcosa di valore. Invece si era trovata di fronte Rita che prepa­rar­e la cena per il giorno del ringra­ziamento al suo ragazzo Alfred, uno studente messicano che ave­va conosciuto al ristorante italiano «Buon Gusto», dove assieme lavo­ravano come camerieri. Il killer do­po aver spinto Rita a terra, si sareb­be impossessato del nuovo laptop e si sarebbe dato alla fuga. Ma nel computer c’era tutta la vita di Rita. C’era tutto il sogno americano di mia cugina. Il portatile custodiva gli ultimi esami e poi la tesi che avrebbe discusso tra pochi mesi: ad anno nuovo si sarebbe laureata nell’Hunter College. Uno dei colle­ge più prestigiosi di New York. Ero molto orgoglioso della mia «picco­la » cugina: era a New York da me­no di 5 anni, parlava l’inglese in mo­do perfetto, stava imparando lo spagnolo. E tra pochi mesi avreb­be preso la «graduation» in mate­rie letterarie (liberal arts, dicono gli americani). E poi il master, in ar­te moderna, ovviamente, perché a Pescara aveva studiato. L’arte mo­derna era la sua passione. La sua vi­ta. A New York aveva realizzato il suo sogno. L’american dream. Dal Moma al Metropolitan, dal Whit­ney Museum al Guggenheim: do­ve la settimana prossima sarem­mo andati assieme a visitare la grande personale di Maurizio Ca­tellan. Ma Rita ha pagato il suo sogno americano a caro prezzo. Mi dice­va sempre: «Meglio 5 anni da leone a New York che 15 anni di noia in Abruzzo». Cinque anni li ha vissuti alla grande, da un museo all’altro, da un grande college come quello di New Paltz dove ha incontrato e il suo professore era John Turturro, all’Hunter College dove grandi arti­sti e premi Nobel insegnano a so­g­nare con la letteratura e l’arte con­temporanea: quella minimalista e pop che lei adorava. Andy Warhol, Basquait, Keith Harding e i nostri transavanguardisti. Da più di 22 an­ni un italiano non veniva ucciso nella Grande Mela, quel balordo doveva stroncare il sogno di mia cu­gina che era davvero libera e felice a Manhattan, l’ombelico del mon­do. Speriamo che i detective di East Harlem trovino subito l’assas­sino, anche perché Rita viveva ad appena cento metri da quel com­missariato. La polizia cerca un cer­to Carlos, uno studente forse di ori­gine brasiliana che u­na vicina ha vi­sto conversare un’ora prima del de­litto con Rita, ma in modo amiche­vole e sereno. Se è lui, il dna non gli darà scampo.