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 2011  novembre 27 Domenica calendario

Se ora sono le donne italiane a far da balia ai bebè stranieri - Prima o poi doveva succede­re, dobbiamo farcene una ragione

Se ora sono le donne italiane a far da balia ai bebè stranieri - Prima o poi doveva succede­re, dobbiamo farcene una ragione. I cinesi stanno comprando tutto dell’Occidente, persino il debito degli stati sovra­ni, ma questa iperattività non la­s­cia molto tempo alla seccante at­tività di genitori: così, ultimamen­te hanno preso a comprarsi an­che qualche madre per i propri fi­gli. La notizia Ansa arriva da Napo­li, dove gli estremi e i paradossi della vita sono sempre avanti di qualche tempo rispetto al resto d’Italia. Ma è chiaro che il fenome­no non riguarda solo Napoli: i ci­nesi sono sempre più presenti e sempre più ricchi, gli italiani co­minciano ad essere sempre più poveri, normale che il mondo si capovolga di colpo. Altro giro, al­tra corsa: tocca a noi fare i lavori che gli extracomunitari non pos­sono e non vogliono più fare. Un luogo per tutti, i rioni popo­lari attorno alla stazione centra­le: in questa zona è sempre più fa­cile incontrare mamme italiane che spingono passeggini con den­t­ro bambini dagli occhi a mandor­la. Non sono figli loro: sono i pic­coli che i grossisti cinesi, ormai ra­dicati in quella parte della città, non hanno più tempo di crescere in casa. Queste donne sono nel fiore degli anni, intorno ai qua­ranta, alcune già madri di due o tre figli: tutte quante, nella città in cui tre donne su quattro sono di­soccupate, non esitano a portarsi in casa dal lunedì al sabato il bam­bino dei signori cinesi. Tariffario: cinquecento euro netti al mese, seicento con cibo e pannolini. Ov­viamente pagamento in nero. So­litamente la mamma in affitto al­leva il bambino fino al compimen­to del quarto anno, dopodichè la famiglia provvede a rispedirlo in patria, per un’educazione cine­se. E pazienza se a quel punto, il più delle volte, il piccolo parla già napoletano stretto e fatica mortal­mente a riciclarsi in cinese. É la mondializzazione, ragazzo mio. Tra le nuove balie, nessun pro­blema a confessare la propria scelta. Annamaria, quarant’an­ni, tre figli e un marito che lavora saltuariamente. Il bambino pre­so in casa è figlio di un grossista che abita nel rione Case Nuove, accanto alla stazione. La mamma vera del piccolo è tornata in Cina, lasciando a Napoli il figlio. Duran­te la settimana, Annamaria la so­stituisce a tempo pieno. Quando arrivò in casa, il bambino aveva sei mesi. Adesso ha due anni, par­la italiano e la chiama mamma. La domenica sta un po’ col papà di sangue, anche se «non vuole mai andarci - spiega la stessa An­namaria - perché fatica a ricono­scerlo e proprio non lo capisce, quando parla». Ci sono anche donne che uni­scono l’utile di uno stipendio alla gioia di una maternità finora im­possibile. Franca s’è presa in cari­co una neonata cinese che ha chiamato Sabrina. Ora la piccola ha otto mesi. Spesso la donna di­mentica che quella creatura non è figlia sua. L’idea che un giorno la famiglia se la venga a riprende­re addirittura la getta nello scon­forto: «Non ci voglio nemmeno pensare, per adesso mi godo mia figlia». Nel mercato libero, molto libe­ro, senza regole e senza confini, delle baby-sitter a orario conti­nuato, c’è veramente di tutto. Le donne s’inventano un nuovo lavo­ro, gli infaticabili imprenditori ci­nesi s’inventano un comodo par­cheggio domestico, i bambini s’inventano una famiglia alterna­tiva, ma evidentemente resta aperto uno spazio enorme per in­ter­rogarci su quale sia il nostro de­stino. Le ipotesi più catastrofiste ci spiegano già da tempo che nel giro di qualche decennio saremo colonizzati dalla Cina. Questo Pa­ese è ormai il primo creditore de­gli Stati Uniti, di mezza Europa, di mezza Africa, ultimamente lo sta diventando anche dell’Italia. Es­sere creditori significa essere pa­droni: è una piccola regola, ma ba­silare, dell’economia. E noi co­minciamo ad averne molti, di pa­droni acquisiti. Oltre ai Btp, ab­biamo venduto aziende, case, ter­reni. Ci sono intere vallate della Toscana, dell’Umbria, ultima­mente delle Marche e del Salen­to, di proprietà americana, tede­sca, inglese. Come ha appena scritto sul Wall Street Journal lo storico scozzese Niall Ferguson, immaginando l’Europa del 2021, tra dieci anni noi ci ritroveremo a campare neanche tanto male co­me giardinieri dei proprietari stranieri, naturalmente pagati in nero (e chi lo affossa, questo ma­de in Italy). In realtà non sappiamo con cer­t­ezza dove ci porterà la grande cri­si, però stiamo cominciando a in­tuire qualcosa. Le mamme napo­­letane, che per fiuto e arguzia non sono mai seconde a nessuno, han­no già preso le prime contromisu­re. Prima o poi, toccherà anche a noi inventarci custodi e giardinie­ri nei casali di aperta campagna. Desolante? Via, siamo italiani, po­polo di ottimisti. Bisogna guarda­re il bicchiere mezzo pieno. Su col morale, il lavoro non ci man­cherà.