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 2011  novembre 27 Domenica calendario

I no della Merkel a Grecia e bond ci sono già costati 400 miliardi - Frau Nein appare sempre più ir­removibile

I no della Merkel a Grecia e bond ci sono già costati 400 miliardi - Frau Nein appare sempre più ir­removibile. Un panzer sotto i cui cingoli continuano a finire triturati gli Eurobond e l’idea di una Bce a immagine e somiglianza della ben più agile Federal Reserve. E come un disco rotto, i no di Angela Me­rkel continuano a risuonare sui mercati con lo stesso effetto del ges­setto sulla lavagna: Borse in pic­chiata, spread arroventati, aste dei titoli di Stato con rendimenti da in­cubo. Dall’inizio dell’anno l’indice Stoxx 600, quello che più di tutti mi­sura il polso alle imprese europee quotate, ha lasciato sul terreno il 17 ,25 %. Grosso modo, 750 miliardi di euro di capitalizzazione andati in fumo. Naturalmente, la perdita non è interamente imputabile al­l’intransigenza della Cancelliera nei confronti delle ricette anti-cri­si. Ma, al tempo stesso, il calcolo complessivo dei danni dovrebbe appunto anche tener conto dell’im­pazzimento dei differenziali sui bond e dei tassi di interesse che i Pa­esi più coinvolti nella bufera finan­ziaria sono costretti a pagare. L’ulti­ma asta dei nostri Bot, con i rendi­menti dei titoli semestrali pratica­mente raddoppiati nel giro di un mese, ne è prova lampante. Nel bi­lancio andrebbero inoltre iscritte le manovre correttive via via varate dai governi, attraverso tagli alla spe­sa pubblica e sotto forma di inaspri­menti fiscali che hanno sottratto potere d’acquisto ai consumatori. Difficile dunque calcolare, con buona approssimazione, quanto ci siano costati i no della Germania. Anche se qualche analista azzarda una cifra attorno ai 400 miliardi. Una somma che equivale alle emis­sioni di un anno del Tesoro, ed è su­periore ai 350 miliardi che, alla fine del 2009, avrebbero forse potuto mettere la Grecia al riparo dalle can­nonate dei mercati. È proprio nel momento in cui Atene lancia l’sos che Berlino punta per la prima vol­ta i piedi, opponendosi al suo salva­taggio. Salvo poi ripensarci qual­che mese dopo (siamo nell’aprile 2010). A scorrere le immagini di quest’ultimo biennio, senza l’oc­chio troppo miope che impone la cronaca dei fatti più recenti, si sco­pre infatti che i tedeschi si muovo­no a fisarmonica. Prima chiusi, poi aperti all’accordo condiviso. Stop and go.È successo,per esempio,an­che in occasione della proposta di dotare il fondo salva-Stati di più munizioni, sottoscritta lo scorso 21 luglio dalla Merkel dopo che la Can­celliera aveva manifestato la pro­prio opposizione nel novembre 2010. In linea teorica, ciò potrebbe an­che accadere ora nella partita sugli Eurobond e in quella perfino più de­licata che si gioca per mettere nelle mani della Bce quello che i mercati chiamano il «bazooka», intenden­do la possibilità di fare dell’Euro­tower un prestatore di ultima istan­za, cioè di salvare chi deve essere salvato. Ne sono convinti quegli economisti e quegli operatori se­condo cui la strategia della Merkel è quella di piegare i partner euro­pei più indisciplinati sotto il profilo fiscale, a metter mano alle riforme perché tenuti sotto scacco dai mer­cati. Se così fosse, Berlino starebbe comunque giocando col fuoco. Del resto, nessuno può prevedere fino a che punto la corda può essere tira­ta senza che si spezzi. In ballo c’è la sopravvivenza dell’euro, e quindi di un intero sistema da cui anche gli stessi tedeschi traggono benefici. Che ne sarebbe delle esportazioni tedesche se di Eurolandia, che pe­sa per il 50% sui fatturati made in Germany , non restassero che mace­rie? Cosa racconterebbe la Cancel­liera ai proprio elettori? Non è invece da escludere che, in occasione del vertice dei capi di Sta­to del 9 dicembre, possa prendere forma quell’accordo di compro­messo g­ià nell’aria da qualche tem­po basato sulla modifica dei Tratta­ti europei. In cambio degli Euro­bond, la Cancelliera potrebbe otte­nere che gli Stati vengano sottopo­sti a una vigilanza più serrata sui conti, con una parziale perdita di sovranità e con sanzioni automati­che per chi non avrà i bilanci in ordi­ne. Più difficile invece far digerire a Berlino l’idea di una Bce in stile Fed. Nel recente vertice di Strasbur­go, Frau Nein è stata chiara: «La Bce è indipendente e le proposte di ri­forme dei Trattati nulla hanno a che fare con la banca centrale».