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 2011  novembre 26 Sabato calendario

Il Forrest Gump del Pd che fa slalom tra le gaffe - Ora che i «liberal» del Pd gli hanno chiesto le di­missioni da responsabi­le economico del partito, Fassina è sotto i riflettori

Il Forrest Gump del Pd che fa slalom tra le gaffe - Ora che i «liberal» del Pd gli hanno chiesto le di­missioni da responsabi­le economico del partito, Fassina è sotto i riflettori. Quello che pare­va solo un refuso comincia ad ac­quistare una fisionomia. La vicen­da si inquadra nella crisi economi­ca, gli spread galoppanti e lo scom­pi­glio provocato nel Pd dalla com­parsa di Mario Monti. I fatti, che risalgono a 48 ore fa, sono noti. Nel Pd esiste una corren­te, detta Liberal (!), entusiasta del governo Monti. Sono riformisti e moderati - come se ne trovano qua e là nel Pd- che si contrappon­gono ai veteromarxisti tra i quali spicca Fassina. I liberal gli chiedo­no in un comunic­ato di sparire poi­ché le sue posizioni economiche ri­specchiano quelle delle ali estre­me e non le loro. Gli rimproverano di schierarsi con Camusso, Cgil e vendolismi vari (no, alla riforma del lavoro, delle pensioni, ecc.) mentre boicotta il rigore di Banki­talia, Bce e gabinetto Monti. Una critica da destra al pan sindacali­smo cavernicolo del Nostro. Stefano Fassina è un quaranta­seienne milanese, diplomato in Economia alla Bocconi, l’Ateneo da cui è uscito e che oggi presiede Monti. Ciascuno è in realtà bocco­niano a modo suo e secondo un compagno di studi di Stefano lui era «bocconiano sì, ma che occupava le aule». Con la laurea, lo Stato consegnò Fassina al partito (Pds pri­ma, Pd poi) che ne ha completa­to l’opera forma­tiva. Così, la sua fi­gu­ra emerge dai da­gherrotipi in bianco e nero delle Botteghe Oscure, con gli esperti fatti in casa, gli intellettuali organici e i ci­pigliosi funzionari di partito. A mettere gli occhi su di lui, sono Vin­cenzo Visco e Pier Luigi Bersani, sodali nel think tank Nens (Nuova Economia Nuova Società). È il luo­go dove si elaborano le super tasse di cui Visco fu prodigo e anche, cer­chiobottescamente, le lenzuolate liberalizzanti di bersaniana me­moria. Stefano entrò nel pensa­toio, il sinistrismo gli entrò nei po­ri­e anni dopo sarà direttore scien­tifico di Nens. Intanto, il partito (D’Alema benedicente) lo intro­dusse nei santuari del potere re­pubblicano e internazionale. Dal ’96 al ’99, fu al Tesoro come consi­gliere di Ciampi. Col governo del Berlusca, primi anni Duemila, emigrò a Washington al Fmi. Ma fu di nuovo tra noi col gabinetto Prodi II e a fianco del tutore Visco, viceministro delle Finanze, coa­diuvando ad alzare la pressione fi­scale di due punti in due anni (2006-2008). Col ritorno del Cav a Palazzo Chigi, è stato promosso re­sponsabile economico del Pd. Per un annetto scelse il basso profilo. Cosa che gli era stata racco­mandata, perché è di carattere brusco e fa gaffes come respira. Al Nazareno (sede Pd) lo chiamano Forrest Gump per il prodigioso istinto di dire le cose sbagliate nel momento più infausto. Poi con la crisi,si è però lasciato andare,sca­g­liando anatemi contro il mercati­smo dell’Ue, il rigorismo affamato­re di Merkozy, eccetera. Da allora, i sinistri del Pd lo considerano un eroe. La linea piace anche a Bersa­ni, ritenendo che le sue intemera­t­e anticapitaliste coprano il Pd a si­nistra. In sostanza, riecheggiando le posizioni più estreme, evita- co­sì pensa il segretario- che gli scon­t­enti finiscano in braccio a Vendo­la & co.Il fassinismo,in realtà,è sta­to condiviso da tutto il partito fin­ché non è comparso il governo tec­nico. Ora è entrato in crisi, perché molti nel Pd si sono allineati e sco­perti tecnocrati. Stefano, invece, è rimasto indie­tro e ha messo il broncio a Monti. Qui ha giocato anche l’affetto per Bersani che ha il governo sul goz­zo, perché ne stronca le ambizioni di premier.Sta di fatto che l’impr­u­dente Fassina non le ha mandate a dire, pregando il professore di to­gliere il disturbo in fretta e farci vo­tare tra sei mesi. Il segretario, timo­roso di passare per l’ispiratore, lo ha supplicato di smussare gli ango­li. Ma, ormai, Fassina si è fatto ne­mici. Non nel centrodestra dove non se lo fila nessuno o è visto co­me un panda. A sinistra invece sì, come dimostra il benservito libe­ral. Napolitano, da europeista mi­­litante e paraninfo del governo, lo vede come la peste. Altri va a cer­carseli. Poiché non sopporta Mat­teo Renzi, che è il suo opposto, lui bielorusso, l’altro yankee, lo sfru­guglia: «È un figlio di papà e un por­taborse miracolato». L’altro l’ha mandato a stendere: «Non mi fac­cio dettare la linea da un signore che non prenderebbe voti neppu­re dall’assemblea del condomi­nio del suo palazzo». Per non farsi mancare nulla, ha preso di petto pure il Corsera chiedendogli con­to del perché avesse ignorato il suo piano di riforme, alternativo a quello di Tremonti. I toni ultimati­vi hanno fatto saltare la mosca al naso del direttore De Bortoli che gli ha dato una strizzata: «Caro Fas­sina, le vostre proposte sono così innovative che passano inosserva­te. E lei che sa che il Corriere è aper­to a ogni vostro contributo. Anche il più inutile. È accaduto spesso». Poiché però non può sbagliarle tutte, Fassina - diversamente dai vari Letta (Enrico) e compagnia che paiono miliziani di Merkozy ­insiste sul fatto che i sacrifici siano compensati da una Bce meno prussiana. E a noi - a me, come al Giornale - ci va a fagiolo.