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 2011  novembre 28 Lunedì calendario

COLPA DEL PD SE LO TIRANO PER LA GIACCA

Per alcune cose la politica è cambiata in modo repentino dal giorno successivo alle dimissioni di Berlusconi. Per altre, no. Durante questi anni abbiamo letto di continuo dichiarazioni sulle strategie politiche del Pd da parte di Casini, alle quali rispondevano Vendola o Di Pietro.
E dichiarazioni di Vendola o Di Pietro sempre sul Pd, alle quali rispondeva Casini. È successo ancora in questi giorni, e le considerazioni, invece di farsi meno minacciose o meno ricattatorie, diventano più minacciose e ricattatorie.
Allora: ci sono da fare alcune riflessioni. La prima è pregiudiziale: il Pd ha dato il suo sostegno a questo governo tecnico per senso di responsabilità verso l’Italia e non per una scelta politica. Sono due atteggiamenti diversi. E infatti dall’interno del partito possono continuare a levarsi voci contro l’aumento dell’Iva o la necessità di una patrimoniale, perché la discussione politica deve continuare ad avvenire, ma deve essere ben lungi dal Pd sia partecipare attivamente delle decisioni di questo governo, sia appoggiarlo soltanto quando in sintonia con le proprie regole programmatiche. Tutti e due sarebbero atti di partecipazione politica attiva al governo Monti. Il governo Monti deve avere l’appoggio responsabile della quasi totalità dei partiti, e prendersi la responsabilità diretta e indipendente delle decisioni pratiche.
Il Pd, quindi, sta votando in favore di questo governo per quattro motivi: deve portarci fuori dalla crisi in qualsiasi modo possibile (e avendo coscienza del fatto che le soluzioni saranno comunque intrise di sacrificio, e allo stesso tempo avendo fiducia che Monti abbia tra le sue volontà immediate viatici per la crescita economica); deve di conseguenza prendere delle decisioni che altri governi politici avrebbero maggiori difficoltà a prendere (dico questo non perché sia una regola della politica, ma perché siamo in Italia…); deve allontanarci nel tempo e nella psiche dal medioevo berlusconiano; e infine, in sintonia con molti altri partiti e con la volontà chiara della popolazione, avere il tempo di cambiare la legge elettorale prima di andare a votare.
Questi quattro motivi sono buoni per votare la fiducia, non sono sufficienti per una partecipazione politica attiva a un governo.
E questa sarebbe la risposta sufficiente alla richiesta - anzi, alla minaccia di Casini: le alleanze future dipendono dall’atteggiamento concreto in favore di questo governo tecnico.
La risposta del Pd è già arrivata con le concertazioni, l’appoggio alla formazione e il conseguente voto di fiducia alle linee programmatiche. Altri passi positivi il Pd non solo non è tenuto a fare, ma non deve fare. Una forza politica deve perseguire una vittoria elettorale che consenta di attuare le proprie idee e il proprio programma. E intanto, essendo la situazione economica del Paese così grave, dare prova di responsabilità. Ripeto: tutto questo il Pd non deve farlo; lo ha già fatto. E dal punto di vista politico, basta e avanza.
La questione che rimane sul tavolo è però un’altra: perché Casini e Vendola (o Di Pietro) possono continuare a tirare la giacca del Pd da una parte o dall’altra?
Perché il Pd continua a non fare chiarezza sul futuro. Il senso di responsabilità che ha dimostrato, non confligge con la costruzione attiva e pratica di un futuro politico che comprenda anche le strategie elettorali, inclusa la proposta del premier.
Va dato atto a Bersani che negli ultimi mesi ha chiarito molte delle idee che il partito ha sui temi fondamentali per governare il Paese; ma è evidente che la parte strategica per arrivare a governarlo, è del tutto sguarnita. E non solo ciò non è giustificabile, ma non sembrano esserci immediati propositi di organizzazione pronta e visibile a tutti. Non soltanto non è presto per porre rimedio; ma sembra che possa essere perfino troppo tardi.
È per questo motivo che sia Casini sia Vendola possono continuare a litigare sul Pd, facendo propaganda elettorale rivolta agli elettori del Pd - soprattutto i possibili elettori moderati. Se il Pd avesse chiarito alleanze e leader, forse avrebbe già il ruolo che gli spetta: quello di partito trascinatore di una coalizione, e non tirato o trascinato. Il Pd deve scegliere un leader, all’interno o all’esterno del partito e con le modalità che crede opportune; deve scegliere con chi vuole stare; e deve fare una sola pressione di intento civile sul governo tecnico: il cambio della legge elettorale. A quel punto, tutti i tasselli saranno visibili a tutti, l’appoggio esterno al governo potrà durare fino a quando sarà necessario, e gli elettori e i partiti vicini sapranno che starà a loro decidere di salire sul treno del partito conduttore.
Finora, invece di mettersi nella scia, i partiti più piccoli e scalpitanti sembrano minacciare il Pd, ricattarlo, e voler decidere al suo posto. Per avere la possibilità quotidiana di farlo, ci dev’essere per forza qualcosa che non va.