Fabrizio Massaro, Corriere della Sera 27/11/2011, 27 novembre 2011
FONDAZIONE MPS, SI TRATTA. CESSIONI PER IL SALVATAGGIO —
Domani all’apertura della Borsa una parte del 50,2% di Mps in mano all’omonima Fondazione potrebbe tecnicamente finire in pancia alle banche creditrici dell’ente presieduto da Gabriello Mancini. Tecnicamente, perché sono saltati i covenant sui titoli Mps dati a garanzia del finanziamento da 600 milioni (poi sceso a 525 milioni) acceso la scorsa primavera per seguire l’aumento di Mps da 2 miliardi, visto che l’azione è scesa sotto il livello di 0,30 euro chiudendo venerdì a 0,238. A livello di sistema però nessuna delle 11 banche creditrici dovrebbe avere intenzione di escutere le garanzie. Per questo motivo nel weekend si sono riunite con la Fondazione per decidere la rinegoziazione dell’intero debito dell’ente, pari circa 1,1 miliardi.
«Stiamo discutendo con le altre banche. Lunedì non succederà nulla, nessuno vuol portare via il Montepaschi alla Fondazione» sosteneva ieri sera uno dei banchieri più coinvolti nel dossier «tutte le banche hanno piuttosto interesse a che la fondazione si trovi nelle condizioni di agire con calma». Pure presso altri istituti si registrava una linea simile, anche se non si possono escludere accenti diversi in un fronte composito di creditori.
Agire con calma significa avere più tempo per fare due cose: da un lato negoziare con il pool che ha finanziato l’aumento, capitanato da Jp Morgan, e con le singole banche più esposte, cioè il Credit Suisse, per 300 milioni, e Mediobanca, per 200 milioni circa. La soluzione non è facile perché si incrociano più operazioni di finanziamento. Le azioni Mps non sono state tutte messe a garanzia del pool, ma non è facile apportarne altre perché su quelle ancora svincolate sarebbe stato comunque costruito un «pegno negativo»: la fondazione cioè si sarebbe impegnata con Credit Suisse e Mediobanca a non darli in pegno ad altre banche. Adesso con il pool l’ente sta cercando di ampliare i margini di garanzia, in modo da porre i covenant a un livello più basso, attorno a 0,15 euro. Data la complessità dell’operazione, una soluzione non è attesa oggi ma servirà qualche giorno in più.
Dall’altro lato, agire con calma significa dare a Mancini la possibilità di fare cassa vendendo i residui gioielli di famiglia. Sul mercato è già stato collocato l’1% di Mediobanca, e nei prossimi giorni sarà messo in vendita il residuo 0,9%. E ci sono poi il 31% dell’immobiliare Sansedoni, il 36% della tenuta Fontanafredda, e quote in fondi come la Sator di Matteo Arpe.
La scelta strategica di indebitarsi pur di mantenere il controllo oltre il 50% sta insomma costando molto cara a Siena. E se entro giugno 2012 Mps dovrà effettivamente lanciare un nuovo aumento da 3 miliardi per arrivare al 9% di core tier 1 richiesto dall’Autorità bancaria europea (Eba), a causa della forte esposizione dell’istituto presieduto da Giuseppe Mussari al debito sovrano italiano, il tema del controllo si riaprirà. Tanto che alcuni banchieri d’affari starebbero già studiando per Mps una soluzione «alla Bonomi», cioè un socio forte finanziariamente che si affianchi alla Fondazione, diluita sotto il 50%.
Fabrizio Massaro