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 2011  novembre 27 Domenica calendario

IL CASO MPS E LA BABELE DELLE REGOLE

Weekend ad alta tensione attorno al Monte dei Paschi di Siena e, al tempo stesso, dubbi radicali sul senso di talune disposizioni della Vigilanza per le banche in generale. Mediobanca sta producen- do il massimo sforzo per sistemare il debito della Fondazione Mps, ormai prossima a perdere la sua storica presa sulla banca. Che sta pagando anche colpe non sue.
La Fondazione Mps ha 1,1 miliardi di debiti a fronte della metà del Monte, che ieri ne valeva 1,2. Il titolo quota 23 centesimi, 7 in meno della soglia al di sotto della quale Mediobanca può escutere il 15% della banca a garanzia del suo credito di 200 milioni. Il Credit Suisse, che ha garanzie assai meno forti, teme per i suoi 300 milioni. Il compromesso al quale lavora il banchiere Alberto Nagel non punta ad annullare la Fondazione Mps, che ha quasi venduto il suo 2% di Mediobanca per ricavare qualcosa con cui rabbonire i creditori più. Ma è un nuovo profilo del Monte che, con il ridimensionamento della fondazione, si va disegnando.
Nelle scorse settimane, circolavano voci su progetti di integrazione in Intesa Sanpaolo. Ma Corrado Passera aveva sempre respinto l’idea. Ci sarebbero migliaia di dipendenti da licenziare e un’ulteriore restrizione della concorrenza. Di qui le ipotesi su un matrimonio con banche francesi già presenti in Italia come Bnp Paribas e Crédit Agricole. Si tratta di ipotesi assolutamente non confermate, ma sufficienti a illuminare un lato oscuro della regolazione bancaria: la babele delle Vigilanze. Un recente studio di Ubs, di cui diamo conto nella sezione economia, ha scoperto come una delle più importanti classi di attivi — i mutui immobiliari — sia ponderata in modo diverso tra Italia e Francia. In buona sostanza, la Banca d’Italia pretende che i mutui pesino il doppio e anche più rispetto a quanto pretende la Banque de France nel computo degli attivi sui quali calcolare i requisiti di capitale minimi. A parità di patrimonio contabile, Bnp Paribas può vantare un core Tier 1 di un punto abbondante superiore a quello di Intesa Sanpaolo. Di più, la Banca d’Italia non considera le azioni di risparmio come capitale, la Banque de France prende per buono il vecchio prestito fatto dalle Casse rurali al Crédit Agricole. Più in generale, le banche italiane hanno attivi ponderati per il rischio pari al 60-70% degli attivi totali, mentre le concorrenti europee ne hanno per il 20-25%. Sono riuscite in questo pericoloso miracolo, perché le loro banche centrali hanno validato modelli interni di valutazione del rischio sedicenti precisi in luogo di quelli generici predisposti centralmente, e in tal modo queste banche hanno tagliato rapidamente l’ammontare figurativo degli attivi sui quali calcolare i requisiti minimi di capitale. Poi, capita che la belga Fortis, una delle banche con i «numeri» migliori, fallisce. Ma nessuno a Francoforte si è cosparso il capo di cenere. Dopo le acrobazie della European Banking Authority su come si conteggiano i titoli di stato e non si conteggiano i titoli tossici, ecco una nuova, gigantesca mina. E’ ora che la Banca d’Italia batta un colpo. E il governo Monti con essa. La difesa dell’interesse nazionale non è delegabile a Mario Draghi, che fa il presidente della Bce, il cui primo azionista è la Bundesbank. Di questo passo il valore già miserrimo delle banche italiane viene ancor più deprezzato rendendone sempre più ardua la ricapitalizzazione e più comoda l’acquisizione da parte di banche estere più protette.
Massimo Mucchetti