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 2011  novembre 27 Domenica calendario

PER YARA DIECIMILA DNA (MA NON C’E’ IL COLPEVOLE) —

Ancora tre giorni fa agenti di polizia impegnati nelle indagini sull’omicidio di Yara Gambirasio hanno bussato ad alcune case di Gorno, paese della provincia bergamasca e hanno prelevato campioni di saliva ad alcune persone per effettuare il test del Dna. E le tracce biologiche, a un anno esatto dall’omicidio della ginnasta tredicenne, hanno ormai superato l’impressionante numero di diecimila: uno sforzo investigativo che non ha precedenti ma che in dodici mesi non ha portato ad alcuna certezza per assicurare l’assassino alla giustizia.
La mole di impronte genetiche che ancora polizia e carabinieri stanno mettendo assieme, se da un lato testimonia un lavoro che non ha mai conosciuto soste, dall’altro certifica un dato scoraggiante: in dodici mesi non si è riusciti a circoscrivere nemmeno di poco il campo delle ricerche. Le persone sottoposte al tampone salivare a Gorno negli ultimi giorni sono finite nel radar delle indagini perché il loro cellulare la sera del 26 novembre 2010 era agganciato alle celle di Brembate, Mapello o Chignolo, i vertici del triangolo entro il quale si è compiuto il dramma di Yara, ma sono ancora decine di migliaia i possibili sospetti.
Brembate, infatti, non è un paesino sperduto: ha 7.500 abitanti, con i vicini centri di Ambivere, Mapello, Ponte San Pietro forma un agglomerato di altre diecimila persone. La palestra in cui Yara è stata vista l’ultima volta sorge nei pressi di una statale sempre trafficatissima e accanto a una zona industriale da cui vanno e vengono camion per mezza Europa. Altro, insomma, che una comunità ristretta.
Le tracce di Dna rilevate dalla dottoressa Cristina Cattaneo sugli abiti della ragazzina e lasciate dal killer vengono attribuite a un individuo maschio europeo: troppo poco, evidentemente per restringere l’orizzonte delle ricerche. Qualche speranza, all’inizio dell’estate era stata suscitata dal fatto che alcuni campioni catalogati dagli inquirenti hanno punti di somiglianza col Dna del killer. Ma le assimilazioni sono ancora troppo poche per dare un indirizzo alle ricerche anche perché, come aveva fatto notare l’ex comandante dei Ris Luciano Garofano, in una provincia come Bergamo i Dna somiglianti potrebbero essere assai ricorrenti.
La scienza resta in ogni caso il principale strumento a cui ci si affida per trovare l’uomo che la sera del 26 novembre ha teso l’agguato a Yara all’uscita della palestra per poi abbandonarla moribonda nel prato di via Bedeschi a Chignolo d’Isola; non vengono considerate «piste privilegiate», come ha chiarito anche nei giorni scorsi la pm Letizia Ruggeri altri elementi di cui molto si è parlato in questi mesi, come il furgone bianco che sarebbe stato visto in zona da più testimoni. Non sembra aver fornito grandi spunti nemmeno il cantiere di Mapello, dove nel frattempo è stato aperto un supermercato e dove nei primissimi giorni dopo la scomparsa di Yara (la ragazzina venne ritrovata lo ricordiamo, solo tre mesi dopo la sparizione) i cani cercapersone indirizzarono le ricerche. Lì lavorava anche Mohamed Fikri il marocchino inizialmente arrestato sulla base di una traduzione male interpretata e poi scagionato. «Non tralasciamo nessuno spunto, non sottovalutiamo nulla» confermava ancora ieri un investigatore. Poche settimane fa è stato sottoposto al test del Dna persino uno scrittore dilettante di Arezzo che aveva pubblicato un libro sui casi Gambirasio e Scazzi. Maura e Fulvio, i genitori di Yara, continuano intanto il loro silenzio con i mass media: per sfuggire al clamore ieri non si sono fatti vedere a Brembate né a Bergamo dove la scuola media delle Orsoline, frequentata dalla ragazzina, le ha intitolato la palestra. I genitori non si sono presentati nemmeno alla messa commemorativa tenutasi ieri sera nella chiesa parrocchiale di Brembate; qui il parroco don Corinno Scotti ha lanciato un nuovo accorato appello all’assassino: «Per porre rimedio al dolore che ha provocato, si costituisca alle forze dell’ordine».
Claudio Del Frate