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 2011  novembre 26 Sabato calendario

COME LA FELICE ISLANDA STA USCENDO DALLA CRISI

In Islanda è in corso una rivoluzione. Di cui nessuno, o quasi, parla. Eppure è la storia di come un Paese è riuscito a uscire dalla crisi economica, a evitare il fallimento e a far pagare le conseguenze ai colpevoli e non ai cittadini. Forse è giunta l’ora che gli italiani prendano esempio da questa piccola e civilissima nazione?
Claudio Bruni
brunipc@libero.it

Potrebbe spiegare in che
cosa è realmente consistita la «rivoluzione silenziosa» avvenuta in Islanda a seguito della crisi finanziaria? Perché c’è così poco spazio sui media? E perché non è possibile che le misure adottate dagli islandesi vengano fatte proprie anche dagli altri Paesi?
Antonio Arrivabene
anton.arrivabene@yahoo.it

Cari lettori,come altre crisi europee anche quella dell’Islanda ha due padri: il collasso di alcune grandi imprese degli Stati Uniti fra il 2007 e il 2008, la sproporzionata espansione dei servizi finanziari islandesi durante il decennio. Dopo la privatizzazione del settore bancario agli inizi del 2000, le banche hanno contratto grandi prestiti all’estero, lanciato sul mercato le loro obbligazioni, finanziato un credito al consumo che ha sollecitato la crescita e aumentato considerevolmente il livello di vita della popolazione: un edificio costruito sui debiti che è crollato fra il 2009 e il 2010 trascinando con sé tre banche nazionali.
Il prodotto interno lordo ha registrato una diminuzione superiore al 6%, la disoccupazione è balzata al 9%. La prima reazione del governo fu quella di negoziare con i maggiori creditori (Gran Bretagna e Paesi Bassi) un accordo che avrebbe impegnato Reykjavik a rimborsare cinque miliardi di dollari. Ma il capo dello Stato islandese rifiutò di ratificare l’accordo e la questione, nell’aprile del 2011, fu sottoposta a un referendum nazionale in cui i voti contrari prevalsero su quelli favorevoli. Il risultato suscitò le reazioni risentite dai creditori, ma l’Islanda da allora sembra avere imboccato la strada del risanamento. Secondo il premio Nobel Paul Krugman, reduce da un recente viaggio in Islanda, il governo ha lasciato che le banche incriminate fallissero, ha preso provvedimenti «sociali» per aiutare coloro che erano stati maggiormente colpiti dalla crisi, ha adottato temporanee misure restrittive sul movimento dei capitali. La crisi non è ancora finita e il livello del tenore di vita è considerevolmente diminuito, ma il peggio è alle spalle. Vi è in questa vicenda, come le vostre lettere sembrano sostenere, una lezione per altri Paesi europei?
Vi risponderò ricordando che l’Islanda ha una superficie di 102.819 km2 (20.000 più del Portogallo, più del doppio della Svizzera), ma conta 311.000 abitanti e 230.000 elettori. Ha le dimensioni di un medio Stato europeo, ma una popolazione inferiore a quella di Bologna. Non è tutto. Per uscire dalla sua crisi l’Islanda ha deciso di non onorare i suoi debiti e ha scaricato le sue pene su tutti i risparmiatori stranieri che hanno comperato i suoi titoli di credito. Queste misure non sono belle, ma il Paese è piccolo e le cifre sono relativamente modeste. Diventano intollerabili quando i debiti, come nel caso della Grecia, ammontano a qualche centinaio di miliardi e coinvolgono l’intero sistema bancario europeo.
Sergio Romano