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 2011  novembre 26 Sabato calendario

INTESA SANPAOLO E UNICREDIT. LE FONDAZIONI SI SCHIERANO

La nomina di Enrico Tommaso Cucchiani, 61 anni, alla guida di Intesa Sanpaolo al posto di Corrado Passera ripropone la crescente difficoltà delle grandi imprese italiane a preordinare le successioni. Nel caso specifico, ha risolto il presidente del consiglio di sorveglianza, Giovanni Bazoli, che ha messo a tacere i malpancisti della Compagnia di Sanpaolo e delle fondazioni di Firenze e Bologna con la scelta di un manager di alto profilo come Cucchiani, vicepresidente del gruppo assicurativo tedesco Allianz. Tale è stata la sorpresa di chi scommetteva sull’impossibilità di trovare un nome vincente in pochi giorni che si tira in ballo perfino la massoneria. Si dice come Bazoli, cattolico democratico lontano dalle associazioni riservate, avrebbe quadrato il cerchio con un massone, di fronte al quale i vertici delle fondazioni frondiste, anch’essi legati alle logge, avrebbero dovuto fare buon viso. Si tratta, naturalmente, di leggende metropolitane, alimentate dall’alone di mistero che in Italia, diversamente da quanto avviene all’estero, circonda la massoneria, ancorché le si debbano padri della patria, come Garibaldi, e altri di più incerta parentela, come Gelli. E però anche questa leggenda segnala i limiti della trasmissione del potere nelle grandi imprese, anche quando, come in questo caso, la corporate governance sia rispettata. Limiti insoliti a Londra, Parigi e Francoforte.
Si racconta che, in consiglio, non sia mancato chi abbia rilevato il rapporto di Cucchiani con Luigi Bisignani, attestato da alcune telefonate sul caso Profumo. Si dice sia stato Guido Ghisolfi, contitolare della Mossi & Ghisolfi di Tortona, una delle più belle imprese chimiche italiane, al suo esordio al posto di Elsa Fornero, neoministro del Welfare. L’osservazione non ha fatto venir meno l’unanimità, ma è servita a ricordare un altro passaggio, diversamente tormentata: quello da Alessandro Profumo a Federico Ghizzoni in Unicredit.
Va detto che la sostituzione di Profumo non fu tanto una congiura politica quanto il risultato delle crescente sfiducia degli azionisti al termine di una storia pur grande ma ormai in discesa. Quei colloqui, di cui il Corriere aveva dato tempestiva notizia, rientravano nella costruzione del consenso istituzionale sul cambio della guardia, e nelle istituzioni, al tempo di Gianni Letta regista da palazzo Chigi, aveva un ruolo, discutibile fin che si vuole, pure il Bisi. Del resto, con Profumo erano schierati non solo l’economista Lucrezia Reichlin, ma anche il ministro Giulio Tremonti, Salvatore Ligresti e Cesare Geronzi, non proprio vicini al purismo anglosassone.
In Unicredit la gestione della crisi passò attraverso un contrasto feroce tra il consiglio e il banchiere carismatico. E siccome la successione non era stata preparata prima, il presidente Dieter Rampl approdò alla soluzione interna, dopo aver brancolato per una decina di giorni nel buio delle merchant bank. Ammaestrate dall’esperienza, le fondazioni di Verona, Torino, Bologna e Modena e le altre minori hanno preteso dal capo azienda — e questa volta ottenuto — un piano di successione, ovviamente riservato.
In Intesa Sanpaolo è stato il banchiere Passera, altro leader riconosciuto, a salutare dalla sera alla mattina, chiamato a Roma dal premier Mario Monti. La mancanza di un ricambio preordinato ha scavato il margine per manovre tra le fondazioni e nelle fondazioni, più legate a questioni locali che a vasti disegni. Stiamo parlando del rinnovo delle cariche alla Compagnia di Sanpaolo, dove Angelo Benessia avrebbe più chance di riconferma se potesse dire di aver incoronato lui il nuovo capo di Intesa Sanpaolo. E delle rivincite di Jacopo Mazzei, neopresidente della Fondazione Carifirenze, che aveva fieramente contestato la cessione della banca ai milanesi.
E’ in quest’Italia pirandelliana in cerca d’autore che si selezionano i gruppi dirigenti. In quella della Prima Repubblica, gli autori del potere economico erano chiari: le Partecipazioni statali; Mediobanca e la Comit; le imprese private e solitarie. Nella Seconda Repubblica, nei primi due circuiti è cambiato tutto. La politica ha scelto mediamente bene nelle aziende pubbliche fino a quando il lungo tramonto dell’età berlusconiana ha piegato la Rai e ha spalancato le porte di alcune aziende a lobby opache e affaristiche. Il settore privato ha impiegato un decennio a riaversi dalla morte di Enrico Cuccia. In Mediobanca era stata impostata una forte catena di ricambio manageriale: dopo Cuccia, Silvio Salteri, poi Vincenzo Maranghi e il tandem Pagliaro-Nagel. Ma in mezzo ci sono stati sei anni di torbidi, legati all’invadenza di alcuni azionisti legati alle banche che avevano messo alla porta Maranghi. Fuori da Mediobanca, gli assestamenti sono stati spesso ardui, macchinosi: la Fiat, che cambia quattro amministratori delegati prima di trovare Marchionne; la Telecom, che deve aspettare sei mesi prima di avere il successore di Marco Tronchetti Provera; le Generali, che passano attraverso Geronzi, ultimo lascito degli accordi riservati che accompagnarono la fusione Unicredit-Capitalia.
Le tensioni nelle fondazioni sono pericolose. Le fondazioni sono gli unici azionisti istituzionali stabili che esistano in Italia. Ma se cedono alla politica del campanile e alle piccole ambizioni, diventano un problema per le banche e per sé stesse. I sindaci e gli altri enti — a Milano, Torino, Firenze, Bologna, Padova, Verona — hanno la responsabilità delle nomine nelle fondazioni e il dovere ancor più delicato di rispettarne l’autonomia. Questa volta, Bazoli ha tenuto assieme la compagine: il consiglio ha votato unanime, forse contravvenendo ad alcuni suggerimenti di scuderia. La candidatura di Cucchiani — un manager che non aveva avuto problemi a schierare l’Allianz sul social housing, accanto alla Cassa depositi e prestiti e all’Acri quando le Generali nicchiavano — aveva avuto il nulla osta della Banca d’Italia come esigono le disposizioni di vigilanza. Del suo nome erano informati palazzo Chigi, il ministero dello Sviluppo e l’Eurotower. Il nuovo amministratore delegato porterà in Intesa Sanpaolo l’esperienza tedesca della governance dualistica e l’apertura internazionale di Allianz. Resterà da vedere se nella Banca dei Territori, nelle partecipazioni e nel comparto estero troverà materia per fare pulizie come ha fatto Ghizzoni in Unicredit. Ma ora, anche in Intesa Sanpaolo, c’è da preordinare un futuro. Che, quando sarà, passa attraverso il dopo Bazoli. Una volta, conversando in un ristretto cenacolo, il professore confidò che immaginava una presidenza da affidare a un uomo alla Monti. Ma quanti Monti restano dopo che Mario è asceso a palazzo Chigi?
Massimo Mucchetti