Danilo Taino, Corriere della Sera 26/11/2011, 26 novembre 2011
TROPPI SEGNALI CONTRASTANTI. COSI’ NASCE LA PAURA
Quando si dice «don’t panic», in questi giorni sui mercati dell’Europa nessuno dà retta. La paura è la regina del momento: gela il sangue degli investitori e induce una spirale di fuga da quasi tutto ciò che può comportare anche il minimo rischio. Il guaio è che i rischi non sono minimi. Ciò spiega anche situazioni che sembrano illogiche, frutto dei movimenti di chi vorrebbe solo correre ai ripari in un porto sicuro. Il fatto che ieri sera i mercati abbiano portato i Btp decennali a un rendimento del 7,2 per cento e i Bonos spagnoli a dieci anni al 6,75 per cento è curioso. Ci si fida più di Mariano Rajoy che di Mario Monti? No. I piani di riforma e di aggiustamento dei conti per il 2012 di Madrid sono più raggiungibili di quelli di Roma? No. Uno dei due governi è più testato di un altro in termini di capacità operativa? No, quello spagnolo non è nemmeno ancora in carica. È che i mercati non hanno un cervello unico: sono il risultato di scelte di tanti investitori. I quali, appunto, prima di tutto hanno paura e si muovono spesso senza razionalità. Ieri circolavano per esempio parecchie indiscrezioni. L’agenzia di informazioni Reuters sosteneva che il nuovo governo spagnolo starebbe per chiedere un aiuto finanziario esterno, dal Fondo salva Stati europeo o dal Fondo monetario internazionale, anche sulla base del fatto che Madrid ha cancellato un’asta di Bonos prevista. Un bene perché Rajoy cerca una protezione? Un male perché un passo del genere potrebbe provocare ulteriore panico? Risposta che dipende dall’umore dell’investitore. Lo stesso per quanto riguarda le voci secondo le quali Atene avrebbe preso contatti con grandi banche per proporre loro una sforbiciata — cioè il non rimborso di parte del suo debito — superiore al 50 per cento concordato il mese scorso. La verità è che le voci e i dubbi sono coperti da due grandi paure che ieri dominavano i mercati. La prima è che, in questa situazione delicatissima, un guaio, un inciampo mandi a catafascio tutto. Notando che la moneta unica rischia di crollare nel giro di settimane, ieri il settimanale Economist riassumeva il panico in questo modo: «Qualsiasi evento, dal fallimento di una grande banca al collasso di un governo a un altro fiasco in un’asta di bond, potrebbe causarne la fine». Ognuno si guarda bene, dunque, dal fare affari con entità che potrebbero fallire. E ciò ha in sostanza provocato il congelamento del mercato finanziario tra banche. Significa che la linfa vitale dell’economia è in stato solido, non fluisce. E qui arriva la seconda prospettiva spaventosa: la recessione. Che l’Europa ci entri o ci sia già entrata secondo alcuni economisti è certo. A parte il clima di sfiducia della gente — che non è cosa da poco — succede che le banche non concedono prestiti: tra agosto e metà novembre, la Bce ha aumentato del 25 per cento i loro fidi, 128 miliardi, l’1,5 per cento del Prodotto interno lordo dell’Eurozona. Ciò nonostante, all’economia arriva sempre meno denaro. Perché, oltre alla crisi di liquidità provocata dalla paura di inaffidabilità della controparte, le banche hanno problemi di bilancio: per obbligo devono ora contabilizzare i titoli pubblici che hanno in portafoglio ai valori di mercato (in crollo) e quindi per rispettare i parametri di prudenza da una parte vendono quei titoli ma dall’altra devono scegliere tra effettuare aumenti di capitale (per rafforzare il patrimonio) oppure ridurre gli impieghi, e spesso scelgono la seconda strada. È il cosiddetto credit crunch che diventa ogni giorno più crunchy, scricchiolante. Banche in ritirata significano recessione. «Se il settore bancario, che fa girare le ruote dell’economia reale, fosse incapace di funzionare nel 2012 — diceva ieri uno studio della società di ricerca Oxford Economics — l’Eurozona potrebbe cadere in una recessione più profonda di quella vista solo pochi anni fa». E con la recessione tutto diventa più nero, forse incontrollabile. Don’t panic?
Danilo Taino