Clara Grifoni, StampaSera, 28.01.1967, Pagina 5, 26 novembre 2011
Virtù e successo Lettera del signor Enrico S., Pisa: « Sono un padre con tre figli, due di ottimo carattere e uno che invece è un disastro e mi dà grandi preoccupazioni, non solo perché fa da cattivo esempio agli altri, essendo il maggiore (quattordici anni)
Virtù e successo Lettera del signor Enrico S., Pisa: « Sono un padre con tre figli, due di ottimo carattere e uno che invece è un disastro e mi dà grandi preoccupazioni, non solo perché fa da cattivo esempio agli altri, essendo il maggiore (quattordici anni). Capita che questo sfaticato e teppista sembri avere un santo dalla sua o una fortunaccia incredibile, tutte le volte che ne combina una sono sempre gli altri a pagare; tanto per dirle, l’altro giorno ha tirato giù un armadio e il battente chi è andato a colpire? Il fratello mezzano, che ora è con la testa fasciata. Lo stesso quando organizza qualche marioleria coi ragazzi del quartiere, di cui è il capobanda: ne accorre un vigile non acciuffa lui, ma un altro. L’ho messo due volte in collegio e due volte è scappato: non studia, non si applica, ma in definitiva è stato ripetente una volta sola perché riesce a imberliccare anche gl’insegnanti. Ma il meglio ha da venire: c’era un’unica zia ricca nella famiglia, una sorella di mia madre, che si è molto attaccata a noi essendo rimasta vedova senza figli, ma indovini qual era il suo prediletto? Il bravaccio, il ribaldone. Settimane fa è morta e ha lasciato tutti i soldi a lui, con l’unica clausola che potrà entrarne in possesso alla maggiore età. Mi dica, signora, come faccio a insegnare agli altri due che in questo mondo il vizio è punito e la virtù premiata?». *** Risposta: Non deve insegnarglielo. È una delle massime che la vita smentisce più volentieri. E forse per non perderci la faccia, i moralisti l’hanno completata con quest’altra: la virtù, deve cercare la propria ricompensa solo in se stessa. E dunque? Les cancres ont un dieu personnel, diceva Cocteau. E a proposito di cancres, bighelloni, ragazzacci, mi torna in mente un episodio raccontato non so da chi e che risale ai tempi pionieristici della radio. Per il lancio d’uno dei primi apparecchi supereterodini venne bandito un concorso pubblicitario che invitava i partecipanti a precisare quante stazioni italiane ed estere avrebbe captato l’Y supereterodino in una determinata sera, all’ora tale, in presenza del notaio X, nella sede d’un giornale romano. Le risposte furono quindicimila. E la fatidica sera, all’ora della prova, una cospicua folla si trovò raccolta intorno alla sede del quotidiano. Entrata solenne di tutto il corpo direttoriale della fabbrica Y, con un apparecchio messo a punto per l’occasione. Arrivo del notaio, inizio della ricezione. Niente. Come niente? Ingegneri, tecnici, elettricisti si affannano intorno all’apparecchio, che emette sordi borborismi e scariche elettriche da mandare a fuoco lo stabile; ma non un suono. Ogni sforzo è inutile. Alla fine, resistendo a tutte le suppliche, l’inesorabile notaio X esige che l’infamante constatazione sia messa a verbale e resa pubblica il mattino dopo dalla stampa, secondo gli accordi. Difatti, l’indomani i quindicimila concorrenti trovano sul giornale il crudo responso, avvolto in nebulose giustificazioni: l’Y supereterodino ha captato 0 stazioni. Si pensa, nello sfogliare i bollettini del concorso, che nessun partecipante abbia fatto centro, dando prova di un nero pessimismo; e invece sì. Un certo Francesco S. di anni tredici, interno in un collegio romano, ha scritto veramente sulla scheda: numero di stazioni captate, zero. Bravo Francesco. Scettico o sfottente Francesco. I giornalisti si recano al collegio, dove sono ricevuti dal rettore, che gli spiega come l’idea di far partecipare al concorso i quarantotto interni sia stata sua; e spiega anche l’ingegnosa graduatoria (destinata a moltiplicare, per il collegio, le probabilità di vittoria) imposta agli alunni, ognuno del quali, secondo i propri meriti o demeriti, ha scritto sulla scheda un pronostico diverso, da 0 a 18. Ovviamente lo zero, quel ridicolo zero votato all’insuccesso, era toccato all’alunno peggiore, il calamitoso Francesco S. che anche quel giorno era in castigo. I giornalisti vollero conoscere il manigoldo e ne furono conquistati: come scrissero sul giornale, il vincitore del concorso che ricevette a casa un Y supereterodino funzionante, capace di ricevere ben 46 stazioni (il numero indicato da uno dei migliori allievi del collegio) era un ragazzo simpaticissimo, dall’aria molto sveglia per un ultimo della classe e riservato a un brillante avvenire. Cosa, d’altronde, probabile. In omaggio al presupposto che gli ultimi a scuola diventano i primi nella vita? O che la fortuna — cieca, ma donna — predilige i manigoldi? Non precisamente. lo non credo (né me lo auguro) che tutti gli asini divengano presidenti d’un consiglio d’amministrazione. Ma può succedere che qualche scaldabanco possieda le doti di carattere, la qualità d’intelligenza che aiutano a farsi largo nella vita. Può succedere che un indiavolato «cancro» scampi ai pericoli, non tanto grazie alla fortunaccia, quanto all’audacia, al coraggio, alla prontezza di riflessi di cui sono generalmente provvisti i risicatutto. E può succedere che emani da lui quel calore, quell’allegrezza, quell’esuberante senso di vita che generano la simpatia, la quale è uno straordinario passe-partout: non gli resistono né le porte, né i cuori. E neppure la fortuna che, prescindendo da certe «casualità» fatali (la vincita di Francesco, per esempio) è meno cieca di quanto si dica. E quasi mai gratuita. Comunque, il padre pisano non ha da preoccuparsi troppo, secondo me, per il figlio che tira giù gli armadi (scomodo, certamente); semmai per gli altri, che si prendono lo sportello addosso. E a quei due dovrebbe insegnare che una cosa è la virtù, un’altra il successo nella vita. E che si può riuscire nella vita pur essendo virtuosi, ma a patto di esserlo con la furbizia, la spericolatezza, la fantasia e lo spirito d’avventura di certi manigoldi. Clara Grifoni, StampaSera, 28.01.1967, Pagina 5