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 2011  novembre 25 Venerdì calendario

Il palleggio tra Pm che salvò De Benedetti - È in libreria «Tangentopoli» - ed. Rubbettino, pp

Il palleggio tra Pm che salvò De Benedetti - È in libreria «Tangentopoli» - ed. Rubbettino, pp.194,14 euro - di Tiziana Maiolo (nel tondo), giornalista, tre volte deputata azzurra ed ex asses­sore di Milano. Il libro uscito per il ventennale di «Mani pulite», ne ripercorre la storia: ecco alcuni stralci del capitolo sul caso De Benedetti *** Chi invece riuscì pienamente a trattare con i magistrati milanesi fu l’ingegner Carlo De Benedetti, che un bel giorno si presentò a un incontro concordato, raccontò la sua e tornò a casa con le sue gam­be. Corse qualche rischio per la sua libertà invece al Palazzo di giu­stizia di Roma, dove non vigeva il «rito ambrosiano» e dove fu arre­stato per un giorno, nello stupore dei suoi avvocati, che trovarono nella capitale due magistrati (non a caso due donne) poco inclini al­la trattativa alla milanese. Il che può apparire stupefacente, vista la pessima immagine del tribuna­le di Roma, da sempre chiamato «porto delle nebbie», e la cui repu­tazione fu strumentalmente usa­ta dai magistrati del pool ogni vol­ta che si profilava un conflitto di competenza tra Milano e la capita­le. (...) Il 30 aprile 1993 l’ingegner De Benedetti dichiara a la Repubbli­ca , quotidiano con cui aveva qual­che confidenza, di «non aver mai corrisposto finanziamenti ai parti­ti politici o a entità a essi collega­te ». Ma il Corriere della Sera del 17 maggio scriverà che«L’Ingegnere ha incontrato i giudici consegnan­do loro un memoriale sulle tan­genti pagate dalla Olivetti». Stra­namente due giorni dopo, il 19 maggio, esce una dichiarazione sul Wall street journal in cui l’uo­mo di Ivrea afferma con sincerità: «Se dovessi rifare tutto di nuovo lo rifarei: pagherei le tangenti ai poli­ti­ci per ottenere le commesse pub­bliche ». Il re della coerenza. La vo­ce circolava in quei giorni. E De Be­nedetti aveva buoni avvocati e buoni orecchi. Così mise insieme un dossier e il 16 maggio 1993, di domenica, lontano da occhi indi­screti, nella caserma dei carabi­nieri di via Moscova a Milano, si in­contrò con i pubblici ministeri Di Pietro, Colombo e Jelo. (...) De Benedetti conosce bene la le­zione, e racconta di esser stato si­stematicamente concusso dalle Poste italiane e dai partiti di gover­no. Ha speso in tutto tra i 15 e i 20 miliardi di lire, di cui 10 miliardi e 24 milioni solo alle Poste. La frase che detterà alle agenzie sembra fo­tocopiata dallo schema fisso gra­dito alla Procura: «In Italia negli ul­timi quindici­anni c’è stato un regi­me politico che ha prevaricato e ta­glieggiato l’economia. Grazie al­l’opera di pulizia fatta dai giudici è diventato possibile sconfiggere la tangentocrazia». Due giorni do­po, forse pensando, giustamente, che i magistrati non leggano la stampa estera, dirà al Wall street journal che l’avrebbe rifatto. Nes­suno glielo contesterà, nessuno dei suoi collaboratori verrà inda­gato e nei suoi confronti non verrà richiesta nessuna rogatoria este­ra. (...) A Roma Carlo De Benedetti ha a che fare con due donne magistra­to piuttosto agguerrite, la pm Ma­ria-Cor­dova e la gip A u g u­sta Iannini. Giovanni Maria Flick, che sarà in seguito il ministro alla Giustizia del primo governo Prodi nel 1996, è il difensore di De Bene­detti ed è sconcertato davanti a una richiesta di arresto che a Mila­no non c’è mai stata. Ma il Palazzo di giustizia di Roma, nonostante la cattiva fama, è più «normale». Come dirà ai giornalisti la gip Au­gusta Iannini: Per me, la legge è uguale per tut­ti. L’ingegner Carlo De Benedetti è uguale al signor Mario Rossi, al si­gnor Paolo Bianchi. E se i signori Mario Rossi o Paolo Bianchi fosse­ro accusati degli stessi fatti conte­stati nell’ordine di custodia caute­lare all’ingegner Carlo De Benedet­ti, sarebbero stati arrestati. La situazione è imbarazzante per il presidente dell’Olivetti, che riteneva di aver pagato pegno a Mi­lano, dove è solo indagato, e inve­ce­si ritrova con un mandato di cat­tura a Roma per lo stesso reato. La verità, a quanto pare, è che a Mila­no si sarebbero accontentati del memoriale e non hanno appro­fondito lo scandalo di tutte quelle apparecchiature obsolete, stam­panti e telescriventi, vendute dal­l’Olivetti al ministero delle Poste, costate parecchio, mentre dieci miliardi di lire finivano in tangen­ti. Naturalmente nel memoriale De Benedetti scriveva che queste tangenti gli erano state «estorte», ma questo è quel che dicevano tut­ti gli imprenditori. Se Milano si era accontentata, i magistrati ro­mani erano piuttosto seccati, ave­vano raccolto una gran quantità di documenti e avevano comincia­to a fare due conti. Si era creato an­che un pic­colo incidente diploma­tico interno al Palazzo di giustizia, perché il procuratore capo Mele si era molto irritato nello scoprire che la dottoressa Cordova, sua so­stituta, aveva chiesto la misura cautelare per De Benedetti senza consultarlo. Ne seguì un parapi­glia di dichiarazioni, in cui si inse­rì anche il pm milanese Gherardo Colombo, e che alla fine giovò al presidente della Olivetti, che fu «un pochino» arrestato per un giorno e anche in seguito, tra ar­chiviazioni e reati caduti in pre­scrizione, se la cavò.