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 2011  novembre 26 Sabato calendario

“Fuori dal mio Villaggio tutti i tiranni” - Che oltraggio! No, non ci si può permettere di chiamare «gran faccia di c

“Fuori dal mio Villaggio tutti i tiranni” - Che oltraggio! No, non ci si può permettere di chiamare «gran faccia di c...» il Re dei Franchi, il difensore della cristianità, in una canzone come «Carlo Martello», destinata a un ampio pubblico. La mannaia del pretore invoca l’intervento chirurgico pure su un altro verso della melodia di Fabrizio De André: «E’ mai possibile, o porco di un cane, che le avventure in codesto reame debban risolversi tutte con grandi puttane». Però lo strepitoso successo di quel motivo, dedicato al sire vittorioso sugli arabi a Poitiers, era dovuto al tono scanzonato e irridente: Carlo Martello, rientrando dalla guerra, finiva tra le braccia di una non innocente fanciulla. Che dopo l’amplesso gli presentava il conto. Questo approccio, troppo disinvolto per i tempi (era il 1962), era tutta farina del sacco di Paolo Villaggio. Proprio così: le ironiche parole di quella filastrocca medievale, che portò tanta fortuna all’amico Fabrizio, erano del padre di Fracchia, di Fantozzi e del «Delirio di un povero vecchio». Ora Villaggio, anche in omaggio al compagno di avventure musicali e di bisbocce, torna sulla vicenda del monarca carolingio e lo fa con un romanzo, La vera storia di Carlo Martello (Dalai editore, copertina disegnata da Dario Fo, pp. 192, 18, mentre per i tipi di Morganti appare La fortezza tra le nuvole , pp. 155, 16). E lo scrittore-gran guitto - il suo Fantozzi è stato persino inserito nell’elenco dei 150 grandi libri dell’Italia unita imbocca un’inedita strada: il racconto storico. Villaggio è scatenato nella più malvagia ed esilarante delle parodie indossando i panni del narratore-Belzebù. «Belve umane», per dirla con Fracchia, sono il re Carlo, che questa volta ha a disposizione un intero harem di prostitute, il suo antagonista musulmano e i loro servi sciocchi. In un crescendo di humour noir mangiano cadaveri, si accoppiano con gli animali, uccidono i loro cari. Come nasce questa così pazzesca Età di mezzo? «Io sono un maniaco della ricerca storica. Mi sono stancato di leggere di un Medioevo pieno di santi, di madonne e di gentlemen. Il principe Carlo è un antieroe, un frustrato feroce e molto poco intelligente. Che erano le “doti” che allora facevano la fortuna di un cavaliere», spiega l’attore nel suo studio romano. Con un lungo kaftano nero è in sintonia con la sua opera, tra il giullare di corte e il monaco circense con calzini colorati e scarpe con la para. «Il mio medioevo fantastico è pieno di allusioni alla contemporaneità. Carlo Martello che spia i suoi sudditi, li uccide, è la summa di molti dittatori del Novecento, da Hitler a Ceausescu a Pinochet. I miei tiranni sono sessualmente sfrenati e animati da un forte istinto bellico, un tratto che non è solo dei despoti di ieri ma anche di quelli che sono tra noi oggi. Con un codazzo di lacchè e maggiordomi che danno loro sempre ragione. Ho cercato anche di mettere alla berlina la sessuofobia delle religioni, tutte, dall’islam al cristianesimo. Basta pensare che la Chiesa fa incontrare in Paradiso, uno a fianco all’altro, un giovanotto, a cui è stata tolta una costola senza anestesia, e una bellissima, tipo Belen, e poi li punisce se si mettono a “peccare”». Modelli letterari? «I contemporanei non li leggo. Prendo in mano un libro di Margaret Mazzantini e mi cade a terra, pesa troppo, troppo lungo. Di notte, mi rifugio in bagno, sempre con gli stessi autori: Kafka con La colonia penale , storia di un incubo, e Dostoevskij con i Demoni e il personaggio di Piotr Verchovenskij, con cui mi identifico, capace di sproloquiare sul socialismo e di ammettere di essere un imbroglione». I suoi perfidi antieroi guardano negli occhi la morte ma hanno orrore dell’invecchiamento. E’ autobiografia? «Io temo il decadimento mentale. Quello fisico meno. Da adolescente ero molto timido. Alle feste da ballo, da un lato della stanza c’era il mio fratello gemello, con il naso appiccicato alla tappezzeria e dall’altro, nella stessa posizione, c’ero io. Speravo che venisse qualche signorina a bussarmi sulla spalla. Poi ci si metteva pure la famiglia. Quando mi cercava una ragazza al telefono, rispondeva mia madre, diceva che non c’ero e attaccava. Era un po’ strana, anzi a dir la verità, era da manicomio. Poi mi sono fatto furbo, ho sfruttato i miei limiti, i miei imbarazzi e sono stato anche molto corteggiato. Ora temo di perdere, soprattutto, la memoria che rappresenta una parte consistente della creatività, di veder svanire le mie pratiche mentali collaudate. Sconsiglio a chiunque di praticare la vecchiaia». Carlo Martello la evita gettandosi a capofitto nel fossato. «Non ci penso per niente. Sto lavorando a una tournée teatrale con Lina Wertmüller per la primavera. Quanto al mio funerale ho già dei progetti: vorrei fossero presenti Veltroni, Rutelli, il mio amico Paolo Fresco, il mio gemello (chissà se verrà), Benigni e Grillo. Comunque per il momento sono dell’avviso di non farlo».