Claudia Arletti, il venerdì di Repubblica 25/11/2011, 25 novembre 2011
PERCHÉ LA PAURA DELLA CRISI HA AZZERATO LE PAURE AGITATE DALLA DESTRA
Credevamo di abitare con Alice, nel Paese delle meraviglie. E, invece, un mattino d’autunno ci siamo risvegliati nei labirinti tetri di Blade Runner, immersi in "uno scenario post democratico", come lo definisce il sociologo Marco Revelli, che forse avrebbe voglia di dire "post atomico", ma ci fa la grazia.
C’è poco da scherzare, comunque. L’ultima rilevazione dell’istituto di ricerca Swg dice alcune cose chiare su "come stiamo" noi italiani, qui e ora, nell’incrocio vagamente millenaristico di crisi politica, crisi di identità e recessione planetaria.
Sono interviste che Swg ha realizzato fra il 25 e il 28 ottobre, quando ancora Silvio Berlusconi si ostinava a immaginarsi eterno, ma giornali e tg raccontavano attimo dopo attimo i record dello spread (parola da fine incantesimo, su cui ritorneremo) e il domino impazzito delle Borse. In quei giorni, dicono i ricercatori di Trieste, la fiducia nel Cavaliere toccava i minimi storici (23 per cento: era al 42 nel 2009). Percentuali indicative di uno smottamento - peraltro già superate dagli eventi, dalle monetine e dagli alleluia di piazza -, ma accompagnate da paure e desideri, segnalati con altri numeri, degni di attenzione.
Per esempio, qualcuno ricorda l’"emergenza criminalità"? Nel 2007 era in cima alle preoccupazioni del 42 per cento degli italiani: ora è precipitata al 18. E l’"emergenza immigrazione"? Terrorizzava 38 persone su cento - era il tempo, per dirne una, in cui in Veneto un consigliere comunale dichiarava gaiamente ai tg che "con gli stranieri bisogna fare come le SS: punirne dieci per ogni torto fatto a un italiano". Sembra un secolo, e in un certo senso lo è: la paura dell’immigrazione oggi è percepita dal 15 per cento degli intervistati.
In compenso, sparati in aria come i razzi di Cape Canaveral, ecco svettare la "disoccupazione" (32 per cento nel 2007, oggi al 50) e lo "sviluppo economico" (dal 16 al 35).
Carlo Galli, docente di Storia delle dottrine politiche a Bologna, dietro i numeri intravede una svolta sostanziale: "Alcune paure, che la destra aveva alimentato e grazie alle quali aveva governato, sono venute meno. Ora si teme per qualcosa che è "realmente" in pericolo: lo sviluppo futuro". Ci sentiamo, ahinoi, sull’orlo del baratro, ma "è una sensazione fondata su elementi credibili, non più su invenzioni, e finalmente inseguiamo l’equità fiscale e interventi per ridurre i costi della politica".
Marco Revelli concorda: cullato per troppo tempo dalla "narrazione berlusconiana, un fantasy di ristoranti sempre pieni e di rom sempre in agguato, il Paese ora è vittima di un traumatico risveglio, una secchiata d’acqua gelida che non prevedeva".
Così ora ci specchiamo nello schermo tv e, dopo anni tutti spot e cronaca nera, scopriamo che il tg "racconta" un mondo nuovo: quello vero. Vidierre, società con sede a Reggio Emilia, specializzata nel monitorare il lavoro dei media, ci mostra la piccola rivoluzione dei notiziari, dall’apparizione quasi epifanica del termine spread (un anno fa non ce n’era traccia), al moltiplicarsi dei termini "crisi", "licenziamenti", "preoccupazioni". Un vortice, che inghiotte persino le parole "precario" e "precariato", sommerse dal disastro generale.
Cosa succederà? Swg osserva che oggi il 90 per cento degli italiani ritiene la situazione economica "insoddisfacente" o "del tutto insoddisfacente"; soprattutto, il 61 per cento è convinto che sia destinata a peggiorare. Vittorino Andreoli, psichiatra e scrittore, autore di un saggio dal titolo perfettamente allineato alla situazione contingente, Il denaro in testa, la vede così: in verità non sappiamo esattamente cosa sia lo spread, capiamo poco di indici di Borsa, "ma percepiamo che qualcosa di enorme sta accadendo e proviamo una paura profonda, che è prima di tutto un meccanismo di difesa, non per forza negativo, ma che ora ci paralizza e ci rende impotenti".
La depressione, spiega, dalle tasche si insinua nella psiche: "La crisi in cui versa il Paese sta degenerando in malattia clinica" dice, "ho pazienti che hanno perso il sonno perché è vero, alla terza settimana lo stipendio è già finito" e "da un po’ di tempo vediamo incrociarsi due fenomeni: da una parte la voglia di fuga, dall’altra la spinta a spaccare tutto".
"Un Paese caduto" sintetizza Marco Revelli, che insegna Scienza della politica all’Università del Piemonte Orientale. Dei suoi studenti dice: "Sono come ipnotizzati, incapaci di decodificare davvero ciò che sta avvenendo" e profetizza: "Resteranno sotto le macerie. Gli "indignati"? Sono una minoranza". E Carlo Galli: "La riforma Gelmini ha dequalificato gli universitari e la depressione è ormai una costante del mio ambiente. I giovani sono "invecchiati": a trent’anni non sai ancora cosa sarà di te, proprio come a venti".
Nonostante il presente cupo, Galli resta convinto che, "non appena sarà ristabilito un livello minimo di equità e di decenza politica, anche il mood generale cambierà". E ricorda un altro periodo nero, la fine della Prima Repubblica dopo il mix rovinoso di quegli anni, "un ceto politico impresentabile e gli attacchi dinamitardi". In passato ci siamo rialzati, dice, oggi dobbiamo ritrovare le motivazioni, "ma l’avere messo la parola "fine" alla favola berlusconiana fa pensare che siamo disposti a provarci. Certo, ci fidiamo di una sola persona, il capo dello Stato, al quale è tributato un gradimento unanime". Comunque, conclude, "guardiamo avanti".