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 2011  novembre 25 Venerdì calendario

IL FASCINO DISCRETO DELL’ANTICA NUBILTÀ

A cinque anni cominciai a prendere lezioni di piano, a sei smisi perché per vedere lo spartito dovevo metterci il naso sopra, alzandomi dal seggiolino e smettendo così di suonare: o strimpellavo o guardavo lo spartito, perché sin da piccola ero miope. Ma in famiglia non si pensò agli occhiali, che per una femmina erano come la peste. Poi, per non restare analfabeta, dovendo frequentare la scuola, i maledetti occhiali furono ammessi, ma diventata grandina, quando uscivo con i primi orribili corteggiatori, mia madre mi pregava: non mettere gli occhiali, se no pensano che leggi e sei istruita e non ti vogliono più. Adesso gli occhiali anche da vista sono di massima moda, tant’è che gli stilisti ormai pare pareggino i conti soprattutto con quelli, dopo le scarpe. Quindi le ragazze li portano anche se ci vedono bene, per mostrare il marchio di lato, che fa subito fashion. E poi nessuno si sognerebbe di pensare che quegli occhiali servono per leggere, che tra i tanti cambiamenti epocali nella vita femminile dai miei tempi, resta ancora una stravaganza, anche se poi, sul tram, le uniche persone che ogni tanto hanno in mano un libro sono proprio le donne.
Se c’è una cosa di cui mi pare che le fanciulle di oggi non si curino è la loro verginità, come se fosse una cosa che si perde casualmente e prima succede meglio è, così non ci pensi più. Per la mia generazione quella cosa lì era tutto, e ancora capitava che un marito che trovasse la sposa non intonsa, la restituisse ai parenti, coprendo di disonore la famiglia. Non è che ci si tenesse particolarmente, ma era chiaro che senza quella cosa lì non valevi niente. Era la dote indispensabile (se eri ricca meno, la dote compensava l’errore fatale) nel mercato del matrimonio, e siccome il matrimonio era la sola meta delle fanciulle e la sola professione esercitabile, quella cosa andava custodita con una certa pervicacia.
Di professioni concesse alle donne, in quegli anni Cinquanta, ce ne erano anche altre (ma non per esempio il magistrato, e negli uffici pubblici, se ti sposavi, perdevi automaticamente il posto). Però, se lavoravi, doveva essere per necessità e non per aspirare a una carriera, se no era quasi come perdere la verginità: si veniva deprezzate perché lavorare era poco femminile, e un marito era orgoglioso di mantenere negli agi se non nei lussi ma anche nelle ristrettezze, non importa, la sua signora, che magari laureata, se era una vera donna, doveva dedicarsi ai lavori domestici o comunque sovraintenderli se aveva una domestica da maltrattare.
Che strano, quante analogie ci sono decenni dopo! Oggi una fanciulla magari sogna di diventare medico o ambasciatore o anche solo segretaria, e studia e si impegna e la famiglia sarebbe contentissima. Ma è il lavoro a non volerla, lei donna ma anche i suoi compagni uomini, perché non ce ne è, o ce ne è per pochi e bisogna accontentarsi, se proprio ti ostini a voler lavorare, a essere pagata malissimo o per niente. A furia di stage gratuiti, si arriva a quarant’anni e non hai combinato niente! Allora, meglio accasarsi con chiunque, proprio come ai miei tempi!
Le ragazze della mia generazione, se erano bruttine era meglio: erano le prime a sposarsi verso i 17 anni, ancora provviste della famosa bellezza dell’asino. Perché già da allora i maschi erano insicuri di sé, malgrado la superiorità che per tradizione gli dava non essere donna: e nei meno avvenenti e nei più frustrati (ce ne erano tanti, ma per noi erano tutti superiori, appunto perché provvisti di quel coso là) l’idea era che la bruttina non avrebbe potuto cornificarli, essendo le corna un’ossessione. Naturalmente si sbagliavano perché, se voleva, anche la bruttina e persino la bruttona trovavano qualche simpatico giovanotto con cui vendicarsi dell’antipatica magnanimità del marito.
Adesso, per una strana mutazione, per certe magrezze ostinate, per via dell’abbigliamento pazzo a poco prezzo, le fanciulle sono tutte carine, o comunque appetibili, e lo sono anche certe culone incorreggibili ma sicure di sé. Però in passato tra tante bruttine foruncolose per cattiva alimentazione (d’inverno avevamo persino i geloni, che adesso nessuno sa più cosa siano) e malissimo vestite, ce ne erano di bellissime, sfolgoranti di femminilità. Ora non se ne vedono più di eccezionali, basta guardare le poverine di Miss Italia, tutte uguali, pettinate uguali, sorridenti uguali, con la stessa gestualità, che proprio per questo alla fine sono insignificanti, addirittura non belle.
In quella specie di Medioevo che erano ancora i tempi della mia adolescenza, non esistevano le ragazze, un loro abbigliamento, un loro modo di essere diverse dalle donne adulte: e se per esempio si rivedono i film in bianco e nero di quegli anni, le belle dive che interpretavano ruoli di seducenti signore trentenni, in realtà erano giovanissime, certe volte potevano avere anche solo 15 anni, e per questo erano così sottili, così luminose, così meravigliose. Adesso è di gran moda la minorenne, tanto che anche le cinquantenni tentano, invano, di imitarle, vestendosi come loro, ma ci vuol altro.
È vero che le adolescenti, le vere fanciulle, hanno sempre trionfato, e ricordo, per esempio, che durante la guerra, fu chiesta la dispensa affinché una tredicenne (il limite allora mi pare fosse 14 anni) potesse sposarsi con un bell’ufficialetto di 30 anni che partiva per il fronte. Adesso le tredicenni vengono usate con i loro corpicini filiformi come pubblicità per la biancheria delle donne adulte, e prima dei 18 anni, se ne hanno la voglia e l’opportunità, intraprendono la carriera di escort ad alti livelli, spesso, ma non sempre, con gran successo. Non è che le escort non esistessero ai miei tempi, quella cosa lì ha sempre funzionato fin dall’era delle caverne, ma venivano considerate peccatrici, non star. E le ragazze erano sveglissime, mica sceme. Bastava non ridere quando gli uomini raccontavano barzellette salaci per far credere di essere vere fanciulle ingenue che nulla sapevano della vita (talmente fragile era già allora il sesso forte che si sentiva al sicuro solo con ragazze ignoranti di tutto, ma soprattuto di sesso, che anche a loro suonava difficoltoso e misterioso).
Poi ricordo certe mie compagne di terza media, quindi tredici-quattordicenni, le più sveglie e carine, che ci raccontavano estasiate dell’amico di famiglia che le stava introducendo al piacere sessuale, naturalmente rispettando la loro verginità: e noi poverine, non sedotte, spaventate e invidiosissime.
Ma rispetto alle brave ragazze di oggi, quelle di ieri avevano un grande vantaggio. Oggi le fanciulle di buona famiglia (ammesso che la buona famiglia esista ancora) fanno l’amore precocemente e senza remore, con coetanei che ne sanno quanto loro, cioè niente, e il tutto risulta meno eccitante di quanto entrambi immaginavano. Invece le fanciulle oggi ottantenni, abituate allora a fingere purezza e ingenuità, ne sapevano più del diavolo, avendo a disposizione maschi adulti e sporcaccioni addestrati in quelle famose case del piacere scomparse da più di 50 anni: la parola orgasmo, che oggi è una specie di ricompensa da ottenere faticosamente e quando capita, di cui si parla continuamente a vanvera e arricchisce i sessuologi, non esisteva: però quella cosa lì, per via di quei seduttori sofisticati, capitava e non c’era bisogno di darle un nome.