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 2011  novembre 25 Venerdì calendario

IL MALE OSCURO DEL PADRE IN CAMICIA NERA


Una domenica nostro padre, aiutato da quattro o cinque compari, bloccò i rurali all’uscita dalla messa e li portò davanti al municipio. Là, sul balcone centrale, venne spiegata la bandiera tricolore. Dietro ad essa, non più avvilito dalla sua bassa statura, apparve nostro padre, completamente vestito di nero, con in testa una specie di marmitta dal fiocco ondeggiante. Il laborioso esempio dei quattro o cinque compari riuscì lentamente a smuovere i rurali dalla loro inerzia, e dopo qualche tempo la piazza fu piena di grida e di applausi. Allora nostro padre fece con le braccia gesti solenni per calmarli. Quindi parlò.
Noi non avremmo mai sospettato in lui una così grande, non dico forza oratoria, ma energia vocale. La voce, un po’ rauca ma potente, superava le fragili barriere delle casupole, dell’osteria, della chiesa, e raggiungeva l’aperta campagna, dove peraltro non c’era nessuno che l’ascoltasse. Tuttavia anche quella chiara sproporzione tra mezzo impiegato e obiettivo da raggiungere, aveva il suo effetto sulle popolazioni. Nostro padre, pur non trascurando gli accenni all’ordine nuovo, alla rinata coscienza dei cittadini e agli obblighi che ne derivavano per tutti, parlò più che altro di se stesso.
Desta ancora meraviglia il modo in cui, per mezzo di pochi ragionamenti alla buona, riuscì a trasformarsi da povero imbecille in una specie di eroe nazionale. Infatti illustrò se stesso come uno che, disprezzati i facili allettamenti con cui le potenze plutocratiche cercavano di asservirlo, aveva abbandonato una posizione mercenaria per tornarsene nel suo Paese, a soffrire magari, pur di contribuire con la propria operosità, con la propria intelligenza, con la propria devozione, alla grandezza della Patria. Alla fine i contadini, un po’ spontaneamente e un po’ per seguire l’esempio applaudirono a lungo, anche se c’era da dubitare che il discorso avesse avuto su di loro un qualsivoglia effetto. Ma un effetto lo ebbe, in ben più alto luogo, perché di lì a pochi giorni, con un’ordinanza venuta dall’alto, nostro padre fu nominato capo politico del paese. Fu una faccenda grossa che causò, è inutile negarlo, qualche disagio. Certo, l’autorità politica era completamente disgiunta da quella amministrativa, e nulla si opponeva a che il capo politico del paese fosse un semplice cursore del municipio.

L’imbarazzo

Cionondimeno era imbarazzante. Basta pensare che nostro padre, se vestito di lanetta grigia, era l’ultimo sottomesso non dico del podestà o del segretario, ma del più miserabile impiegato del comune. Chiunque, con la scusa di fargli portare una carta ai limiti del territorio, aveva il diritto di fargli fare sette e sette quattordici chilometri di bicicletta.
Ma era sufficiente che egli radunasse nella piazza quattro gatti e si vestisse di nero e si affacciasse al balcone, e subito diventava pari, se non superiore, allo stesso podestà. tutti sapevano che, onori esteriori a parte, bastava che nostro padre dicesse una sola parola in un luogo opportuno, e subito sarebbero saltati podestà e segretario e tutta la cricca del comune. Non che nostro padre si desse delle arie per questo, o che pensasse di approfittarne. Tuttavia la possibilità esisteva.
Una sera egli tornò a casa, ed era abbastanza commosso. Invano offrì a Tom e a me e a Johnny, successivamente, la sua onorata divisa di cursore e relativi emolumenti. La rifiutammo senza incertezze. Quanto a lui, il giorno dopo ebbe una stanza in municipio, tutta per sé, con un grande tavolo dove figurava un servizio da scrittoio in pegamoide nuovo di zecca, dono del podestà.
Cosa facesse là dentro nessuno lo seppe mai. Con tutta probabilità nulla, perché nessuno gli diede mai nulla da fare. Però con quel sistema si riuscì a evitare l’imbarazzo dell’interdipendenza gerarchica, e nostro padre arrivò a percepire uno stipendio più che triplo del precedente e si mise al riparo dal rischio di dover fare sette e sette quattordici chilometri in bicicletta. Quanto ai nostri timori che, smessa la divisa grigia, non ci fossero più regalie, essi si dimostrarono del tutto infondati. Infatti i rurali appresero presto che, accanto e forse più in alto dell’autorità religiosa e dell’autorità amministrativa, esisteva una nuova autorità, quella politica. Nostro padre la faceva sentire con cerimonie patriottiche e con discorsi domenicali che, ricalcando i soliti motivi, acquistavano una sempre maggiore perfezione formale e galvanizzavano le masse.
Tutto questo non impediva a nostro padre di essere un buon padre. Infatti, il suo massimo sforzo era quello di trovare per noi delle occupazioni remunerative, seppur del tutto onorifiche, date le nostre reazioni repulsive di fronte a qualsiasi genere di lavoro. Io, che ero il più ingenuo dei tre fratelli, arrivai perfino a passare una settimana seduto al consorzio agrario. Poi detti le dimissioni perché il solo fatto di star seduto mi dava noia e perché, tutto sommato, non era affatto necessario che io mi levassi dal letto prima degli altri per portare a casa dei soldi. Soldi ce n’erano abbastanza, quel tempo.

La casa nuova

Avevamo cambiato casa, un’abitazione dignitosa, corrispondente alla nuova posizione di nostro padre. Noi quattro avevamo cambiato anche nome. Tom era diventato Tommaso, io Michele e Johnny Giovanni. Una cosa sufficientemente semplice, nel suo complesso. Ma per Peggy, poiché nessuno riusciva a capacitarsi da dove derivasse quel nome, si dovette ricorrere a una radicale innovazione e fu chiamata patriotticamente Italia, cosa che non la demoralizzò per nulla, né spostò di un millimetro il suo sicuro incedere nella vita.
Peggy, cioè Italia, che si trovava allora nel suo tredicesimo anno, aveva ormai raggiunto un considerevole sviluppo e vegetava in silenzio, senza disturbi. La nostra nazionalizzazione ebbe come conseguenza anche un progressivo sbiadimento del ricordo di zia Betty. Povera zia Betty, vittima dei rivolgimenti politici. Pensavamo sempre più raramente a lei. I suoi immutabili giocattoli natalizi arrivavano puntuali ma, sotto il più scrupoloso silenzio, venivano passati, quale contributo personale del capo, tra i doni della befana politica, quelli che nostra madre, agghindata di nero, distribuiva ai bambini più poveri e meritevoli politicamente, nel corso di una grande cerimonia patriottica. Frattanto noi, nel nostro cuore, non avevamo più molte ragioni di rimpiangere il destino mancato.
Fosse effetto di una più matura visione della vita raggiunta con gli anni, o conseguenza delle notizie propagandistiche sullo scarso ammontare di felicità di cui godevano gli americani, fatto sta che noi eravamo arrivati alla conclusione che, se fossimo stati figli di zia Betty, ci sarebbe toccato in sorte di lavorare, in un modo o nell’altro, cosa che da noi, almeno provvisoriamente, era superflua. È proprio vero che la politica avvelena gli animi. Zia Betty, senza sua colpa, veniva pensata con indifferenza, persino con astio, o addirittura dimenticata, eppure insisteva nella sua simpatica consuetudine di spedirci pacchi natalizi. Soltanto la guerra pose una barriera alla sua generosità. Oh, epica grandezza della prima giornata di guerra! Nostro padre, benché fosse l’epoca della mietitura, riuscì a portare nella piazza fin l’ultimo contadino, fin l’ultimo bracciante. Nelle case non rimase neppure una donna a custodire il fuoco.
Verso sera mentre pigre folate di vento caldo portavano dalla campagna i muggiti delle vacche non munte, nostro padre apparve, tra il podestà e il prete, sul balcone ornato dalla bandiera. Ciò che seppe fare rimarrà a lungo nel ricordo di chi visse quel momento della nostra storia. Sudò e pianse, baciò la bandiera e levò le braccia al cielo chiamando Dio a testimonio, benedì chi sulle frontiere si avviava al sacrificio e maledì i nemici della patria con tale veemenza, che alla fine quattordici contadinotti, ritrovato per chissà quale atavico ritorno un barlume di spirito guerriero, si presentarono a lui e diedero il loro nome quali aspiranti volontari combattenti. Ne seguì una formidabile bevuta, durante la quale tutti gli inni patriottici, a cominciare da quelli del Risorgimento, vennero cantati con le lacrime agli occhi.

Una sera triste

Nostro padre tornò a casa tardi, quella sera. Fosse che aveva troppo bevuto, fosse che il successo gli aveva dato alla testa o che era davvero in buona fede, fatto sta che la prendeva maledettamente sul serio. Ci guardò con un disprezzo tale che il sorriso ci si gelò sulle labbra. «Voi, nati dal mio sangue», egli gridò con la sua voce da adunata, «che aspettate per andare ad arruolarvi?». Tommaso rispose per primo, come gli spettava per diritto di primogenitura. Disse che non se lo sognava neppure, che lui stava abbastanza bene come si trovava e perciò non vedeva alcuna necessità di cambiare Stato. Disse che il dovere di un padre era quello di salvaguardare la vita delle sue creature, e non di mandarle al macello. E se nostro padre era tanto snaturato da dimenticare il suo dovere di padre, lui per conto suo non dimenticava il suo dovere di figlio e intendeva rimanere a casa accanto alla vecchia madre, per assisterla e soccorrerla in caso di bisogno. Salvo trascurabili sfumature, io e Giovanni ci dimostrammo della stessa opinione del primogenito. Invano nostro padre, in preda ad una crisi quasi epilettica, scongiurò imprecò e minacciò di tagliarci i viveri e di privarci di qualsiasi beneficio futuro. E in quell’aria da tragedia, ad uno ad uno, i quattordici aspiranti volontari vennero a dire che ci avevano ripensato, che le famiglie non erano contente, che loro avrebbero compiuto meglio il loro dovere restando a casa a coltivare i campi, che insomma ritenevano come non data l’adesione del primo momento.
Nostro padre si ritirò nella sua camera. Per tutta la notte lo sentimmo camminare avanti e indietro. Fu, anche per noi, una tragica notte: avevamo un bell’essere cinici, quel passo pesava sulla nostra coscienza. Poi, all’alba, la porta di casa sbatté, e poi ci fu silenzio. Quel giorno, e i giorni che seguirono, nostra madre rimase con lo sguardo mesto, che ogni tanto si fissava su di noi, come se noi avessimo potuto dirle dove egli si fosse andato a cacciare. Tornò a casa la domenica, nel pomeriggio. Era vestito con una divisa grigioverde troppo grande per lui, e sopra la divisa la sua faccia rugosa e suoi capelli bianchi facevano una miseranda figura. Lo avevano preso, nonostante fosse così vecchio.

Destino beffardo

L’avevano assegnato al Deposito del Reggimento della città vicina, ma era un’assegnazione del tutto provvisoria, in quanto che lui aveva già sollecitato delle raccomandazioni per essere inviato al fronte. Nostra madre si commosse fino alle lacrime. Non fu certo per fierezza patriottica, ma ad ogni modo pianse. Noi ci limitammo a guardare il soldato nostro padre con piglio di severa condanna. Cosa mai aveva combinato? Forse dubitava che, senza di lui, la guerra non sarebbe stata egualmente vinta? Non si rendeva conto che, portato da una malsana ambizione, correva il rischio di distruggere la posizione di benessere di tutta la famiglia? Certo, lui non capiva queste cose. Ma noi, noi che non eravamo accecati da alcuna vanagloria, avevamo già davanti agli occhi l’abisso in cui saremmo precipitati.

Giuseppe Berto