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 2011  novembre 24 Giovedì calendario

Il seduttore in fuga dai luoghi comuni - Costruita intorno al ma­no­scritto originale del­l’ Histoire de ma vie ac­quistato lo scorso anno dalla Bibliothèque Nationale de France (oltre tremila pagine so­pravvissute miracolosamente a due secoli e passa di convulsioni della storia), la mostra «Casanova

Il seduttore in fuga dai luoghi comuni - Costruita intorno al ma­no­scritto originale del­l’ Histoire de ma vie ac­quistato lo scorso anno dalla Bibliothèque Nationale de France (oltre tremila pagine so­pravvissute miracolosamente a due secoli e passa di convulsioni della storia), la mostra «Casanova. La passion de la liberté» (BNF-Site Mitterrand, sino al 19 febbraio) è una festa per gli occhi e una gioia per il cuore. Ci sono i Canaletto, i Guardi, i Longhi e i Tiepolo, le «car­ceri » di Piranesi, i ritratti di Mengs e le cortigiane di Boucher, gli oggetti di viaggio di un instancabile viag­giatore, abiti, valige, pistole, tabac­chiere, gioielli, e gli oggetti per la cu­ra del corpo di un instancabile se­duttore, ferri per i capelli, unguen­ti, pomate, piccola farmacia... Ci so­no le carte da gioco e i giochi da tavo­la, gli oggetti d’arte, arte culinaria compresa, e i tessuti di lusso, di un Settecento allegro e licenzioso, le lettered’accredito,diraccomanda­zione e di denuncia, le epistole sen­timentali e quelle filosofiche, di un Settecento elitario e crudele. L’in­sieme è sontuoso, ma non perde mai di vista il soggetto intorno a cui tutto ruota:l’uomo a cui una sola vi­ta non basta, Casanova, appunto. Per gli italiani il rapporto con Ca­sanova è stato a lungo conflittuale. Ci divertiva e un po’ ci inorgogliva l’elemento erotico,ma il suo liberti­nismo amorale strideva in un Pae­se dove l­a Chiesa è stata potere tem­porale e la morale cattolica un codi­ce infranto quanto sbandierato. Chi provò a farne una bandiera li­bertaria se la vide contestare dal movimento femminista che, non avendo mai letto le sue memorie, lo riteneva un volgare stallone da monta. Federico Fellini, che ses­sualmente parlando era un provin­ciale, le tette grosse, la masturba­zione, il buco della serratura e quel­le cose lì, non si distaccò da quella vulgata e nel suo Casanova cinema­t­ografico disegnò il ritratto di quel­lo che definì «uno stronzone fasci­sta »... Solo con molta fatica si è comin­ciata ad accettare l’idea che Casa­nova sia stato non solo un gigante del suo tempo, dove esercitò un ruolo per nulla marginale, e un grandissimo scrittore, ma altresì una sorta di italiano ante-litteram , colto, ironico, viaggiatore, curioso, vitalista,di cui l’Ottocento delle rivendicazioni naziona­li, in cui l’Italia trovò la sua realizzazione statuale, smarrì l’anima che l’ave­va reso possibile. Così il termine «av­venturiero », il più giusto per definirlo, assunse un morali­stico sapore di con­danna, il sostantivo che nacque dal suo nome si colorò di una tinta prurigi­nosa, la straordina­ria vita vissuta fu re­legata a invenzione, megalomania senza riscon­tro. Fu un peccato perché, come ti­po umano, Giacomo Casanova ve­neziano avrebbe potuto servire da modello e invece ce ne arrivò solo la sua caricatura. In linea con la migliore revisione storica novecentesca, la mostra ci consegna invece l’immagine di chi, come ha scritto il suo più recen­te bio­grafo i­ngle­se, Ian Kelly, «fu un or­goglioso intellettuale plurilingue, impegnato in molteplici carriere, che accumulò e dissipò patrimoni, fondò una lotteria di Stato, aiutò a introdurre l’oratorio nella musica francese, fu un gourmet e un abile cabalista».Come riassumerà il con­te Lanberg: «Conosco poche perso­ne­che possano eguagliarlo per cul­tura, intelligenza, immaginazio­ne ».Insomma,l’aggettivo accresci­tivo della sprezzante definizione felliniana merita di ricadere impla­cabile sulla testa di chi lo pronun­ciò. Figlio di attori e figlio naturale di un nobile, Casanova cercò per tut­ta la vita di ritagliarsi un ruolo in una società quale quella venezia­na, dai ranghi gerarchici ben defini­ti ed entro i quali per lui non c’era posto. Chiusa nella sua decaden­za, la Serenissima combatté con­tro di lui una guerra di retroguar­dia: l’eliminazione di un corpo estraneo e non la sua intelligente assimilazione. Lo imprigionò, lo costrinse alla fuga e all’esilio, ma non riuscì a domarlo né si rese con­to che così facendo intanto perde­va se stessa. Repubblica illustre, scomparirà senza nemmeno ab­bozzare un gesto di difesa di fronte a un giovane generale, Napoleone, che le detta le condizioni di resa usando un tamburo militare come scrivania. Il cavaliere di Seingalt na­sce così, motu proprio di chi si crea da solo i propri titoli di nobiltà. Al­l’imperatore di Prussia Giuseppe II che gli dirà di disprezzare chi dà importanza ai titoli, risponderà sferzante: «E allora, che cosa do­vremmo pensare di quelli che i tito­li li vendono?». Nato in una città di maschere e in maschera, dove niente è certo e ogni cosa sembra permessa, do­ve i codici delle relazioni umane vengono alterati nel loro inges­sarsi e/ o inventarsi, Casanova visse in fondo secondo que­sto spirito, il travestimento e la recita come una secon­da natura. È anche per questo che la capitale francese che oggi lo celebra fu il suo luogo deputato, perché «a di­spetto del suo scetticismo, Parigi è e sarà sempre una città dove gli im­postori avranno successo, una ca­ratteristica che deriva dalla supre­ma influenza della moda». La sua modernità, come uomo e come scrittore, è duplice. Rispetto ai viaggiatori coevi e eurocentrici del Grand Tour si distacca non solo geograficamente, ma anche emoti­vamente: viaggia con nobili e pove­racci, è derubato e fa «l’autostop», lo guida un’idea di esperienza e di conquista, una sorta di insoddisfa­zione spirituale a rimanere a lungo nello stesso posto. Rispetto ai se­duttori o agli ossessi del sesso della sua epoca o di poco posteriori, i De Sade, i Byron, la sua sensualità fa tutt’uno con il resto della sua odis­sea intellettuale, geografica e pro­fessionale, ed è il primo a trattarla in quest’ottica. Nelle due camere che furono la sua ultima dimora nell’estremo nord fra Repubblica ceca e Germa­nia, un’iscrizione in italiano sotto l’edizione del 1787 della Histoire de ma fuite de prison de la République de Venise qu’on appelle Les Plom­bes recita: «Marmo che in San Sa­muele a Venezia sostenesti i passi di Casanova vivente, testimonia og­gi a Dux che per quelli che lo ama­no Giacomo non è mai morto ». Epi­taffio felice per chi aveva scritto: «Per l’uomo pensante,niente è più caro della vita, e però il più voluttuo­so è colui che esercita al meglio la difficilissima arte di farla scorrere veloce. Non perché sia più breve, ma perché il piacere ne renda in­sensibile il corso».