Daniele Manca, Style 12/2011, 25 novembre 2011
«NUOVA BANCA. PROFITTO E CULTURA COME MISSIONE»
Giovanni Bazoli lo definisce «uno dei momenti più belli della mia presidenza». Sono 29 anni che è in banca il professore di Diritto, chiamato a rimettere in carteggiata il Banco Ambrosiano dopo le avventure di Roberto Calvi che l’avevano portato al crac. Da quel lontano salvataggio e da quel nuovo istituto è partita una storia che ha portato alla costruzione della prima banca italiana: Intesa Sanpaolo. Storia che si è intrecciata con l’etica, con i comportamenti, con una visione del credito visto non solo come attività economica, ma come motore della crescita anche civile e culturale di un Paese. Il presidente del consiglio di Sorveglianza di Intesa ne è convinto e spiega che «le banche italiane hanno sempre dimostrato un impegno a favore e di promozione della cultura». Ne ritrova le tracce in quel Rinascimento che ha reso il nostro Paese unico al mondo. E in quel rapporto con il territorio «che le banche contribuiscono a valorizzare restituendo quanto agli istituti è arrivato grazie alla loro attività». Da questo speciale rapporto nasce l’ultima iniziativa di Intesa Sanpaolo chiamata Progetto Cultura. L’intreccio tra etica ed economia, e quindi tra comportamenti che hanno un’ispirazione morale e la ricerca dell’allocazione migliore delle risorse a disposizione, trova consistenza nel ragionamento alla base dell’iniziativa fortemente voluta da Bazoli. «C’è un salto di qualità rispetto ad altre operazioni apparentemente analoghe» spiega. «Si differenzia da quelle iniziative pur meritorie, ma sporadiche, legate ai territori dove sono presenti le banche (pensi solo alle pubblicazioni che hanno costituito una sorta di mappatura dell’arte nei vari territori). E si differenzia anche dal modo consueto per finanziare e intervenire, proprio del mondo anglosassone. Vale a dire le sponsorizzazioni dalle quali si ricerca un ritomo immediato. Si va oltre il mecenatismo o il mercantilismo. E oltre il singolo restauro del monumento o dell’opera d’arte». È chiaro che si tratta di una scelta che pone un «modo diverso di concepire la banca», sottolinea ancora Bazoli. Gli istituti di credito, come spiega, dopo un percorso non breve arrivano a essere definiti, attraverso il recepimento a metà degli anni Ottanta di una direttiva europea, imprese. E come tutte le aziende hanno l’obiettivo di produrre utili. «Fare rofitti ma assieme, equilibrando così questo scopo, favorire il progresso civile e sociale: sta qui la diversa concezione della banca. E se è così, la cultura è uno strumento indispensabile». Si rovescia la visione dominante di aziende e imprese finalizzate esclusivamente alla produzione di utili da distribuire agli azionisti, alla creazione di valore, per passare invece alla creazione di valori al plurale. Per elaborare il Progetto Cultura, Intesa Sanpaolo si è avvalsa di un team di elevata qualità, formato da Giancarlo Brunelli, direttore della rivista II Regno, dal massimo esperto di arte dell’Ottocento in Italia, Femando Mazzocca e dall’editorialista del Corriere della Sera e docente di Storia della radio e televisione, Aldo Grasso. È tuttavia lecito un dubbio: tutto ciò che è positivo per la collettività, lo è anche per la banca? «Siamo convinti che senza il progresso civile non si possa realizzare una crescita vera e duratura neppure dell’economia». La storia dell’istituto è correlata a quella del Paese: «Si inscrive nella concezione di un’impresa bancaria che vede, accanto alla ricerca degli utili e al soddisfacimento degli interessi di soci, investitori, stakeholder come dipendenti e fornitori, anche l’estensione alla collettività dei benefici dell’attività bancaria» dice Bazoli. Non è un caso che il presidente dell’istituto che a suo tempo aveva assorbito la Banca Commerciale Italiana voglia ricordare a questo proposito le parole del «banchiere umanista» Raffaele Mattioli, il grande protagonista dei tempi d’oro della Comit, che disse: «Solo se si sanno interpretare le esigenze del Paese si può esercitare al meglio il mestiere del banchiere». C’è però da chiedersi se il ragionamento sia ritenuto valido anche dai soci, dagli azionisti: come potranno interpretare impegni di questo genere? Tanto più se presi in momenti di crisi prolungata come quella che stiamo vìvendo. «Ma è proprio in questi periodi» sostiene il presidente del Consiglio di Sorveglianza di Intesa Sanpaolo, «che vanno prese decisioni del genere. Intanto non si tratta, per una grande banca come la nostra, di scelte onerose, ma equilibrate e perfettamente sostenibili. Inoltre è proprio in questi frangenti, quando lo Stato, il potere pubblico, fa un passo indietro e fa venire meno il suo sostegno alle istituzioni culturali, che i privati devono riempire quel vuoto. Altrimenti non assolveremo al nostro compito, non saremmo coerenti con la nostra concezione della banca. È dalla collaborazione tra pubblico e privato che può prendere sostanza la crescita di una collettività. Se noi non avremo lesinato nel momento più difficile, i ritorni saranno maggiori quando la situazione migliorerà». Certo viene in mente l’obiezione che già ebbe a fare Claudio Magris proprio a Giovanni Bazoli. E cioè che non è tacile quando i comportamenti degli altri, di tutti gli altri, sono orientali in modo diverso, riuscire a trovare forza e spazio per seguire un percorso diverso. Non è sempre facile; e soprattutto non è stato tacile quando negli anni scorsi il confronto costante era con le banche americane e i loro livelli di profitto. Erano in competizione, sullo stesso mercato, banche molto diverse tra loro e non c’è dubbio che quelle, come le nostre, che seguivano un’idea di capitalismo temperato sembravano svantaggiate. «Poi abbiamo visto come è andata a finire» chiosa il presidente di Intesa Sanpaolo. «Ma oggi non può più bastare la testimonianza. Occorre impegnarsi a formare le persone e soprattutto i giovani attraverso la cultura; tra l’altro, avendo poi a disposizione i beni immensi che possiede l’Italia, sarebbe irresponsabile non farlo. Si tratta di beni artistici e culturali, di bellezze storielle e naturali di tale valore che, secondo Bazoli, non sarebbe tanto fuori luogo che tutte le società in utile proponessero ai propri azionisti di destinarne una frazione alla tutela e alla conservazione di tale patrimonio. Gli italiani sembrano non rendersi conto di vivere e respirare quotidianamente in un ambiente che è reso privilegiato dal Creatore e dai loro avi. In particolare, come banca, noi abbiamo poi la fortuna di essere proprietari di beni mobili e immobili di rara bellezza e importanza. Non possiamo non metterli a disposizione della collettività. Pensi a quello che faremo a Milano. In uno dei quadrilateri più famosi al mondo, quello che si affaccia su Piazza Scala, apriremo le collezioni e gli edifici ai cittadini. Il complesso architettonico formato da quattro palazzi tra via Manzoni e Piazza Scala: Palazzo Anguissola, quello Canonica, Brentani e Beltrami saranno aperti con le loro collezioni e i loro arredi. E questo mentre, negli spazi adiacenti, continueranno a funzionare normalmente gli uffici della banca». Ma c’è ancora dell’altro che Bazoli sta meditando. E, se attuato, si tratterebbe di un altro salto di qualità, sempre nel solco di quell’idea di progresso civile che è alla base del progetto. Questa volta però si tratterebbe di riuscire a far diventare Piazza Scala non solo una sorta di laboratorio dell’arte, ma anche una «officina di idee» destinata a coinvolgere i giovani. Un luogo, insieme, di ritrovo e di formazione al fare, al costruire. «Ma è finora un’idea embrionale» dice Bazoli, «dobbiamo ancora svilupparla e precisarla. Stiamo attraversando una fase storica molto difficile, in cui persino l’ideale dell’Europa è a rischio. In tanti sembrano non capire il pericolo che corriamo, ma noi abbiamo il dovere di impegnarci per aiutare il popolo italiano a credere in un futuro di rinnovata creatività culturale e civile».