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 2011  novembre 25 Venerdì calendario

LA RIVOLUZIONE SOTTO TORTURA

Grida. Uno sfrigolio, una scarica, uno schiocco. Un ululato rompe il silenzio dell’alba mentre un bagliore illumina un viso stravolto. Un gruppo di militari aiutati da un poliziotto strattona e colpisce un uomo nudo dalla cintola in su, e lo frusta mentre lo interroga. Gli avvicinano un taser allo stomaco, ai genitali, alla bocca. L’uomo si contorce e urla. Il più giovane dei soldati gli si avvicina, gli da qualche pacca sulle spalle per tranquillizzarlo, gli chiede con voce calma se è un ladro, mentre l’altro piagnucola. Poi il soldato si allontana e uno dei suoi colleghi gli da un’altra scarica elettrica. È il 12 marzo al Cairo, un mese dopo la caduta di Hosni Mubarak. Molti mesi dopo l’Egitto continua a non sentire l’odore della democrazia, se non nell’impegno dei partiti e degli attivisti che cercano di salvare i princìpi della rivoluzione di gennaio. La giunta militare che governa il paese dalla caduta di Mubarak ha dimostrato di essere disposta a tutto pur di rimanere al potere. La repressione che ha messo in atto ricorda quella dell’ex regime, di cui le forze armate erano un pilastro. Secondo il centro El Nadim per la cura psicologica e la riabilitazione delle vittime della violenza, dalla fine delle rivolte sono aumentate le torture dei cittadini arrestati e i casi di civili processati nei tribunali militari (da febbraio sono stati almeno 12.400). Il 12 febbraio, il giorno dopo la resa di Mubarak, il consiglio supremo delle forze armate è andato al potere annunciando che l’Egitto avrebbe rispettato i trattati internazionali che aveva firmato. Tra questi c’è anche la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, entrata in vigore nel 1987. Questo non ha impedito alla polizia militare di arrestare il io marzo sei adolescenti a Garden city, un quartiere vicino a piazza Tahrir. Gli hanno fatto togliere le magliette e li hanno picchiati con le mani legate dietro la schiena. Poi li hanno spinti in un cortile dove li hanno frustati e torturati con delle scariche elettriche. I soldati scherzavano e si passavano il taser. I ragazzi si raggomitolavano e non rispondevano se li chiamavano cani o ladri. Alcuni vicini hanno cercato di intervenire, ma senza successo. Alla scena hanno assistito anche degli stranieri da un palazzo vicino. Dopo un’oro di torture i soldati hanno portato via i ragazzi.
La fiducia s’incrina
Quello che avrebbe potuto essere un caso isolato negli ultimi nove mesi è diventato la norma. Il 9 marzo i soldati, aiutati da civili armati di manganelli e bastoni, avevano sgomberato le ultime tende di piazza Tahrir. Le persone arrestate, più di trecento, sono state portate al Museo egizio e torturate con sistemi simili a quelli appena descritti. "Da quel giorno qualcosa ha cominciato a incrinarsi", commenta Mona Hamed, una psichiatra del centro El Nadim. "Non avevamo mai avuto dei casi di persone torturate dai militari". Hamed racconta di un ragazzo che si era presentato al centro poco dopo l’inizio della rivolta, dopo aver subito le vessazioni dei militari. "Era distrutto, ma non voleva denunciare i suoi torturatori perché si fidava di loro. Per lui l’esercito aveva salvato il popolo. In ottobre, con i segni delle torture ancora visibili sul corpo, è tornato: non vedeva più i militari con gli stessi occhi", dice la psichiatra. Prima era la polizia a torturare, ora è l’esercito. La dottoressa Hamed, che si occupa di questo tipo di abusi dal 1993, non è ottimista. "Queste violenze servono a togliere dignità alle persone, a sottometterle. Non chiamano mai gli arrestati per nome. Li chiamano cani o con altri insulti, spesso a sfondo sessuale. Lo scopo è umiliarli", spiega. Le donne arrestate durante lo sgombero di piazza Tahrir "sono state sottoposte ai cosiddetti test della verginità", aggiunge la psichiatra. "Ci hanno fotografato nude e hanno detto che ci avrebbero denunciate come prostitute". A Salwa Hosseini, una parrucchiera di vent’anni, viene ancora da piangere al ricordo delle botte e degli insulti: il suo calvario è cominciato a gambe aperte su una barella, mentre un uomo in camice la visitava. "Mi sono messa a gridare, non volevo che mi toccassero, ma un ufficiale ha detto al medico di continuare". Anche se l’esercito ha respinto le accuse, un ufficiale di alto grado ha rivelato alla Cnn, a condizione di rimanere anonimo, che le accuse erano vere e che i militari avevano ordinato i test della verginità perché poi le donne non potessero dire che le avevano violentate. "In questo paese la tortura è sempre esistita", spiega Gamal Eid, che dirige la Rete araba per l’informazione sui diritti umani (Anhri). Secondo Eid, gli attivisti e "in generale, chiunque si mettesse contro Mubarak, erano le vittime principali di uno stato di polizia che in trent’anni ha costruito delle strutture repressive perfette per mantenere in vita il regime".
Migliaia di processi

L’Egitto è sempre stato il principale alleato degli Stati Uniti nella regione e il secondo destinatario degli aiuti americani dopo Israele. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, con la scusa della guerra al terrorismo, ha potuto intensificare la repressione e violare i diritti umani. Ma lo faceva anche prima, senza bisogno di nascondersi dietro la guerra globale. Una delle tecniche più usate per eliminare gli oppositori era affidare i casi che avevano a che vedere con i servizi di sicurezza dello stato (Amn al dawla) alle autorità militari. Lo stato d’emergenza in vigore dal 1981 e il codice di giustizia militare autorizzano il presidente a deferire i civili ai tribunali militari. Per ordine di Mubarak gli oppositori politici e i blogger venivano giudicati nelle corti militari. E, ora che in Egitto comandano i generali, molti pensano che amministrare la giustizia sia uno dei loro compiti. "In 29 anni ci sono stati tra i 1.500 e i duemila processi militari", dice Eid. "Ma dallo scorso febbraio l’esercito ha processato 12.400 persone". Il codice di giustizia militare specifica in quali circostanze un civile può finire davanti a un tribunale militare: per esempio se nel reato è coinvolto un soldato o se il reato è stato commesso in una zona controllata dalle forze armate. A marzo, dopo lo sgombero di piazza Tahrir, le centinaia di persone arrestate sono state giudicate da corti militari. Da allora, il consiglio supremo delle forze armate ha emendato il codice penale per includere il reato di "banditismo".
Poco dopo, durante un’intervista in tv, il generale Ismail Etman, portavoce della giunta, ha sostenuto che quando un reato mette in pericolo la sicurezza delle forze armate o del paese, come un saccheggio, un vandalismo o la distruzione di una proprietà, il caso può passare ai giudici militari. Il paradosso è che, mentre Mubarak e i suoi collaboratori vengono giudicati da un tribunale civile, quasi tutti i cittadini arrestati dall’inizio della rivoluzione sono stati processati da giudici militari. "Il 25 febbraio mio fratello era sulla collina di Muqattam. C’erano stati degli scontri. Avevano preso un suo amico e, quando ha chiesto dove lo avrebbero portato, gli hanno risposto: ’Che t’importa? Tanto ci vai anche tu’". È stata l’ultima volta che Mohamed Atta ha visto suo fratello Essam in vita. Il 29 ottobre nella prigione dove Atta, che aveva 24 anni, avrebbe dovuto scontare una condanna a due anni inflittagli da un tribunale militare, un altro detenuto ha chiamato i suoi familiari per dirgli di cercare Essam in ospedale. L’hanno trovato all’obitorio dell’ospedale Kasr al Aini. "L’unica volta che mia madre è andata a trovarlo in prigione gli aveva portato una tessera telefonica perché potesse chiamarci, ma qualcuno ha cominciato ad accusare Essam di aver ricevuto della droga. Hanno mandato via mia madre, ma lei è riuscita a sentire le grida di mio fratello. Più tardi lui ci ha telefonato per dirci che lo avevano torturato e che un soldato lo aveva costretto a bere acqua e sapone. Ci ha chiesto di denunciarli, ma io gli ho detto che non avevamo bisogno di altri problemi ", racconta con rammarico Mohamed. I giornali hanno paragonato il caso di Essam Atta a quello di Khaied Said, la cui morte, avvenuta molto probabilmente dopo il pestaggio da parte di alcuni poliziotti, è stata una delle scintille della rivolta di gennaio. L’avvocato Eid non è sorpreso da quello che è successo ad Atta: il suo è stato un caso basato su accuse false, giudicato da un tribunale militare, con l’aggiunta delle torture. "Sanno che i poveri non hanno nessuno che li difenda", dice. Un po’ diversa è la questione di voci critiche come Maikel Nabil, il blogger che è stato condannato a tre anni di carcere per aver criticato l’esercito e che sta facendo da due mesi lo sciopero della fame. O quella di Alaa Abdel Fatah, uno dei più noti blogger egiziani, che è stato arrestato per essersi rifiutato di deporre davanti alle autorità militari.
"Credo che libereranno Alaa", dice Eid, "sanno che è stato un errore. È impossibile costruire accuse fittizie contro una persona così popolare. La gente sa che è in prigione perché ha criticato la giunta. I militari vogliono assicurarsi di poter mantenere i loro privilegi. Non vogliono che si vada a scavare negli archivi, che si scoprano i loro interessi economici o i casi di corruzione. Ma sono in una posizione difficile. La gente ha aspettato trent’anni per chiedere giustizia e oggi scende in piazza appena succede qualcosa. Grazie alla pressione popolare, il numero di processi militari è diminuito".