Tommaso Labranca, Libero 24/11/2011, 24 novembre 2011
UNA FOTO RUBATA A MARLON BRANDO VALE UN CAZZOTTO E CINQUE DENTI
«Attenzione, I’m here!», grida l’ottantenne fotografo Ron Galella salendo sul palco per un discorso di saluto prima della grande personale che PhotoEspaña 2011 gli ha dedicato nel giugno scorso. «Attenzione» è una parola italiana e non spagnola. Si potrebbe pensare al solito americano cialtrone che fa dei latini un unico calderone, invece una giustificazione c’è. Galella, come già fa sospettare il cognome, ha origini italiane e quella parola gli sarà salita spontaneamente alle labbra. Il padre, Vincenzo Galella, era nato a Muro Lucano, in Basilicata, e poi emigrato a New York dove Ron è nato, nel Bronx, nel 1931. Ron è quindi più paparazzo di tutti gli altri suoi colleghi e ben si merita l’appellativo di paparazzo extraordinaire che gli assegnò anni fa Newsweek. Perché, come il piccolo fotografo veneto che insegue le star in La Dolce Vita e che ha poi visto il proprio cognome diventare una categoria,Ron si è trovato catapultato dalla provincia nello star system e dopo decenni di professione non ha perso l’entusiasmo e la curiosità davanti ai vip.
Conserva ancora interi album pieni di autografi e dediche di attori che poi mostra con orgoglio ai giornalisti. E lo immaginiamo quando tornava a casa e raccontava alla madre, che stravedeva per Cary Grant, di aver fotografato il suo idolo ormai con i capelli bianchi in compagnia della sua ultima moglie alla consegna dei Tony Awards nel 1970. O quando fa vedere alla moglie le foto di Paloma Picasso perché la futura signora Galella vuole farsi una pettinatura simile a quella della figlia di Pablo. E magari quelle foto a Paloma erano state scattate nel 1979 allo Studio 54 e furono quelle che, insieme ad altri flash, scatenarono una rissa all’interno del locale tanto che il suo proprietario, il leggendario Steve Rubbel, querelò Ron. Il quale non deve essersi preoccupato troppo visto che, tre giorni dopo la notifica, si è tranquillamente sposato con Betty Burke Galella, invitando al matrimonio anche Andy Warhol, amico e soggetto preferito dei suoi scatti.
Se fare il paparazzo correndo dietro divi irascibili è quasi un percorso di guerra, Ron è partito con un buon vantaggio. Perché il suo primo approccio alla fotografia è avvenuto proprio durante la Guerra di Corea alla quale, da buon cittadino statunitense, il giovane Ron ha preso parte a fine anni Cinquanta. Qualche commilitone gli avrà mostrato una macchina fotografica, gli avrà parlato dei trucchi della camera oscura. Ron ne sarà restato affascinato e, tornato in patria, ha approfittato del G.I. Bill, una legge federale che permetteva ai veterani della Seconda guerra mondiale e del conflitto in Corea di godere di un anno di sussidio di disoccupazione e di un prestito per comperare una casa, avviare una attività o seguire un corso di studi.
Ron sceglie la terza ipotesi e si iscrive all’Art Center College of Design di Los Angeles da cui esce nel 1958 con una laurea in fotogiornalismo. Ma una volta rientrato nella casa paterna, si accorge di non avere i soldi per aprire uno studio fotografico. Poco male: decide che il suo set saranno le strade più alla moda di New York, i cinema dove si tengono le grandi prime, i locali dove si svolgono le feste con i vip. «Presto la star per me divenne come un animale che io andavo a sorprendere nel suo ambiente naturale, nella vita lontano dal set». Nei luoghi dove poteva ritrarli nei gesti quotidiani. Ron detesta le finzioni. «Le migliori foto si fanno quando le persone si muovono, non quando posano in studio».
Ed ecco le foto rubate, dove alcuni personaggi hanno un portamento nobile per natura, come quello di Paloma Picasso che ha l’allure di una principessa, e altri sguaiati, come Mick Jagger che mostra il dito medio in una posa a metà tra spontaneità e banalità da rock’n’roll. Forse la foto che meglio incarna la filosofia di Ron è quella che lui stesso considera il suo capolavoro: Jacqueline Kennedy in abiti sportivi che cammina spedita e mostra lo sguardo al fotografo, rivelando un sorriso dietro i capelli mossi. Una foto che è simbolo anche del difficile rapporto che si instaurò tra Galella e i Kennedy. Quasi comprendendo come i personaggi della politica americana si stavano uniformando agli stili dello star system, Ron iniziò a seguire con maniacalità i Kennedy, riprendendoli in centinaia di foto spesso non autorizzate. Alla fine, esasperata, Jacqueline gli fece causa due volte. Furono processi molto seguiti dai media che si conclusero nel 1972 con un particolare verdetto: Galella doveva stare ad almeno 50 metri di distanza dall’ex First Lady e dai suoi figli.
Nulla però ferma Ron, convinto che si debba rischiare per avere lo scatto perfetto. Lo dimostra il più celebre dei suoi incidenti, quello con l’ursino Marlon Brando che, il 12 giugno 1973, all’uscita di un ristorante cinese, stanco di essere stato pedinato da Galella per tutto il giorno, lo affronta e con un pugno gli rompe cinque denti. Ma Ron, mentre viene portato in ospedale, ghigna dentro di sé: «Ero contento perché avevo infettato la mano di Brando con i germi di un paparazzo». Non soddisfatto, il giorno dopo Galella ricomincia a seguire Brando indossando un vistoso casco da giocatore di football americano.
Alla fine il fotografo ottiene dall’attore un risarcimento di 40.000 dollari che Brando sborserà solo in parte. Ma a Ron non interessano i soldi: «Preferisco che i giornali diffondano la notizia che nessuno può colpire impunemente i fotografi». La cronaca degli anni successivi dimostrerà il contrario. I divi si faranno sempre più irascibili, a cominciare da Sean Penn che lo stesso Ron ritrae in un accesso d’ira. Eppure i bodyguard che proteggevano l’attore e la sua compagna del tempo, Madonna, erano stati chiari con i paparazzi: «Una sola foto e vi uccidiamo».
Per fortuna esistono divi più tranquilli, come Sofia Loren, che Ron ha ritratto in una celebre foto alla prima del film Il dottor Zivago. La diva appare in una strana posa in cui sembra volersi allungare gli occhi. In realtà, ha raccontato Galella anni dopo, Sofia aveva appena parlato con Omar Sharif, il protagonista del film, e stava dicendo: «Credevo che fossero gli italiani ad avere gli occhi più belli del mondo, ma dopo aver visto Omar devo dire che quelli degli egiziani, così grandi, sono ancora meglio».
Conclude Ron: «A differenza dei paparazzi attuali, io non ho mai lavorato per soldi o sotto la pressione dei direttori dei giornali, ma sempre per passione. Mai avrei pensato che un giorno le mie foto sarebbero state oggetto di libri». E di decine di mostre in tutto il mondo, l’ultima delle quali è Vintage Galella, inaugurata ieri sera a Milano nello spazio di Mattia Cielo a Milano in collaborazione con la galleria fotografica Photology. Vi sono esposte 26 foto di cui Ron ha seguito personalmente lo sviluppo. Nell’era del digitale, lui lavora ancora con l’analogico e passa molto tempo in camera oscura. Ma non lo si deve ritenere un dinosauro. Ogni volta che riprende dal suo sterminato e ordinatissimo archivio un vecchio negativo e lo ristampa, Ron comunica la cosa ai suoi numerosi fan utilizzando Twitter. A ottant’anni Galella è ancora ricettivo come una pellicola ad alta sensibilità.
Tommaso Labranca