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 2011  novembre 24 Giovedì calendario

Le pietre di Riotta, oltre che gialle sono, minchia, pure ubique – «Come Pirandello e Vittorini», ma anche un po’ (volendo) come Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, e un po’ persino come i tre briganti e i tre somari di Rinaldo in campo sulla strada longa longa di Girgenti, «Gianni Riotta parte un giorno dalla natia Sicilia, perché «per vivere occorreva andare via», sì, andare, andare, andare, come qualcuno scrive nel risvolto di copertina dell’autobiografia (anzi del «romanzo degli affetti», qualunque cosa voglia dire) dell’ex direttore del Sole-24 ore

Le pietre di Riotta, oltre che gialle sono, minchia, pure ubique – «Come Pirandello e Vittorini», ma anche un po’ (volendo) come Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, e un po’ persino come i tre briganti e i tre somari di Rinaldo in campo sulla strada longa longa di Girgenti, «Gianni Riotta parte un giorno dalla natia Sicilia, perché «per vivere occorreva andare via», sì, andare, andare, andare, come qualcuno scrive nel risvolto di copertina dell’autobiografia (anzi del «romanzo degli affetti», qualunque cosa voglia dire) dell’ex direttore del Sole-24 ore. Titolo Le cose che ho imparato, Mondadori, pp. 306, pp. 306, 18,00. Immagino che Riotta, nella vita, ne abbia imparate tante. Ma io, prima d’addentrarmi nelle «tappe coraggiose» di questa «avventura personale e professionale ricchissima» che porterà Riotta a «incrociare i protagonisti del Novecento», ho una curiosità: chi ha scritto il risvolto di copertina? Un amico? Un fratello? Un semblable? Un redattore della Mondadori che poi gli ha chiesto 200 euro in prestito fino a mercoledì? O l’avrà scritto, come insinua qualcuno, lui stesso, Riotta Gianni, amico e fratello e semblable com’è di se medesimo, non un uomo ma un esercito, una folla, o meglio un’intera opera dei pupi? Chiunque sia stato, chiunque abbia scritto che «Riotta, tessendo i ricordi, conduce il lettore» attraverso «una cronaca familiare e politica dove il cibo di strada siciliano e il tè dei mujaheddin afghani a Kabul finiscono per insegnare una comune morale di compassione e tolleranza», ebbene, chiunque abbia scritto questa grandissima e sublime fesseria, lo stesso fine letterato che qualche riga più sopra era stato così originale da affermare che il presente libro è «un originale viaggio nella memoria», be’, che penna, ragazzi! Non dico, naturalmente, che sia meglio il risvolto del libro, questo no, non mi permetterei, però regge benissimo il confronto; e questo, perdonatemi, lo devo dire. Se non è Riotta, allora è un suo fan, un ammiratore che scrive à la manière de Riottà, come Proust nei suoi Pastiches imitava alla perfezione, omaggiandoli, Gustave Flaubert e Honoré de Balzac. S’avverte infatti, nel risvolto, una cert’aria di famiglia, diciamo così: la stessa prosa ricca, sapiente e innovativa del libro, dove la «luce di settembre», per capirci, è sempre mite, ça va sans dire, e dove «le pietre», sì, «le pietre» oltre che «gialle», minchia, sono «ubique», mentre le navi, ah, le navi «scivolano lontano» e la tecnologia è «un Pegaso volante». (Stavolta abbiamo recensito il risvolto; la prossima volta recensiremo la foto in quarta di copertina: Gianni Riotta bambino in giacchetta e calzoncini corti). Ishmael