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 2011  novembre 30 Mercoledì calendario

Di Silvia Nucini – Il cerchio si chiude con i passi che rimbombano sul selciato di piazza Montecitorio, stesso suono di cinque anni fa

Di Silvia Nucini – Il cerchio si chiude con i passi che rimbombano sul selciato di piazza Montecitorio, stesso suono di cinque anni fa. Quelli di adesso, forse, un po’ più lenti e pesanti. Giorgia Meloni al Parlamento è entrata e uscita camminando da sola. Qualcuno, allora, le disse: che fa, onorevole, va a piedi? E lei rispose: «Che devo usare, il cavallo?». Qualcun altro, il giorno delle dimissioni di Berlusconi – mentre fuori dal Parlamento lo scontento e la stanchezza della gente diventavano urla e insulti – le ha fatto la stessa domanda vedendola incamminarsi in mezzo al casino, ma lei non ha risposto niente, solo pensato che doveva finire come era iniziata perché la coscienza ce l’aveva pulita. Le ho appena domandato quali sono stati i momenti più felici della sua esperienza di ministro delle Politiche Giovanili e lei mi racconta questo: l’ultimo istante dell’ultimo giorno. «I colleghi mi dicevano: che fai, sei pazza, sali sulla mia macchina, ma io sono uscita lo stesso. La gente urlava, ma non mi è successo niente: una signora mi ha fatto una foto col cellulare, e – mi hanno detto poi – uno mi ha gridato: “Vai a fare il bunga bunga”. Per fortuna, la sua, non l’ho sentito». Gli uffici al secondo piano di Largo Chigi sono quasi sgombri, rimane, sugli scaffali, qualche libro dal titolo assurdo, qualche premio dalle fattezze agghiaccianti. Il ministero delle Politiche Giovanili non ha ancora un designato nel nuovo governo Monti, ma gli spazi vanno lasciati e mani solerti hanno già provveduto a dare il bianco, che è un bianco grigio. Giorgia Meloni se ne va e quasi per ironia della sorte esce in questi giorni un suo libro, Noi crediamo: dodici storie di ragazzi speciali, di quelli che, come dice lei, «promuovono il bene». Che sensazione le dà questo ufficio vuoto? «Amarezza. Avrei preferito che gli italiani potessero esprimere la loro opinione. Questo cambio, così, mortifica la sovranità popolare e la politica, che non avrebbe dovuto mettersi in fila dietro un banchiere scelto dai mercati. Le scelte coraggiose che bisogna fare per uscire da questo momento delicato dovrebbero essere appannaggio della politica. Non credo alla presunta magia dei tecnici, così come non credo che una crisi internazionale scatenata dalle banche trovi nelle stesse banche la sua soluzione. Se la politica abdica, abdica la sovranità e se abdica la sovranità, abdica la democrazia e può succedere di tutto. I governi eletti dal popolo rispondono al popolo, i governi non eletti, a chi rispondono?». E dover smettere un lavoro da un giorno all’altro, lasciare a metà i progetti, non vedere la fine delle cose? «Beh, anche questo lascia l’amaro in bocca. Molte cose rimarranno lì, incompiute, altre spero e credo saranno portate avanti. Io credo che il fatto che ci fosse un punto di vista giovane all’interno del governo abbia aiutato a fare una politica davvero attenta ai giovani. Il mio non è giovanilismo, però che su 17 persone chiamate a governare non se ne sia trovata una capace con meno di 55 anni mi sconforta. Mi dispiace che si creda che per fare le cose bene ci voglia gente di un altro secolo. Con tutto il rispetto per l’esperienza che non è, però, un fattore anagrafico». Che cosa si porta via da questo ufficio? «Libri, scatoloni di libri; molte vittorie e qualche sconfitta; certamente un sacco di esperienza e anche l’aver capito, solo ora, perché il mondo non funziona». Questi anni qui dentro hanno minato in qualche modo la sua fede nella politica e il suo entusiasmo? «Io adesso sono spaventata dalla possibilità che la politica mi disilluda. Quando sono entrata non pensavo che questo fosse possibile, negli ultimi tempi, invece, ho avuto paura che mi potesse succedere. Sembra banale ma non lo è, perché io ero Alice nel Paese delle meraviglie. Questa è la più grande paura che io ho, rispetto alla mia storia e al mio percorso. Se un giorno pensassi che non ne vale più la pena butterei nella spazzatura la mia vita: faccio politica da quando avevo 15 anni, di ciò che è successo prima di quel momento ricordo poco o niente. In nome della politica ho sacrificato tante cose. Negli ultimi giorni del governo Berlusconi qualcuno mi ricomprendeva tra i miracolati e mi è venuta rabbia, perché solo io lo so la fatica che ho fatto. Non è che mi sia stato esattamente regalato tutto!». Quale è stata la sua rinuncia più sofferta? «La giovinezza, la spensieratezza, il poter prendermi delle libertà. Banalmente: fregarmene. Ho qualche forma di responsabilità da quando avevo 17 anni. Anche ai Congressi gli amici dicevano: andiamo a bere qualcosa, ma io avevo sempre un intervento da preparare, una grana da sbrigare. Tutti i giorni così dei tuoi anni più belli...». Ma la spensieratezza non si può recuperare, a partire da domani? «Da domani divento, per la prima volta, un deputato semplice. Sono entrata in Parlamento come vicepresidente della Camera: un’esperienza che non posso dire non mi abbia segnata emotivamente. E poi, subito dopo, ministro. Sarà strano, domani. Avrò più tempo? Io ho un problema di carattere, di mentalità, io non mi aiuto. Il tempo libero lo devo riempire, se no mi sento in colpa. Se stacco il telefono, mi viene l’ansia. Devo capire se riesco a recuperare un po’. Fermo restando che sul piano della spensieratezza, a 34 anni, credo ci sia poco da fare: gli anni più belli se ne sono andati. Che mi metto a fare? Vado a ballare la sera?». Magari sì. «Ma non è più come averne 20». Le dispiace aver fatto la sua stagione politica in un periodo che è stato molto attaccato e attaccabile? «Certo. Avevamo avuto un mandato e non ha funzionato. Anche se abbiamo fatto tantissimo, spesso nel totale disinteresse dei media. Il mio ministero ha fatto 2.500 progetti, ma ho dovuto combattere perché qualcuno ne parlasse: mi mettevano sempre nelle pagine di costume. Che mi si domandi che cosa penso del ritorno della canotta perché Bossi se la mette, è una cosa che mi ha segnata per tutta la vita... C’è un problema di racconto della politica, la si vuole screditare e dalla nostra parte, va detto, si offrono anche buone occasioni. Le generalizzazioni, però, mi fanno arrabbiare. Sentirmi dire: siete tutti ladri. Ma ladri a chi? Io non ho mai rubato neanche mille lire». Nel corso di questi anni la sua opinione su Berlusconi è cambiata? «Pensavo fosse un dissimulatore, una persona più costruita di quello che è. Ha i suoi difetti, ma ha un’umanità che non mi aspettavo». Si è mai arrabbiata con lui? «Un sacco di volte, ho anche gridato. Non ho sentimenti di sudditanza verso quello che faccio, lo faccio per mandato del popolo italiano». Il suo giorno più infelice da ministro? Pausa. Occhi commossi. «Ruota attorno allo strappo di Fini. È stato un momento terribile per me: sul piano politico, umano, delle scelte. Un inferno vero». Lei ha mai contemplato l’idea di andarsene? «Non c’è mai stato qualcosa che io abbia considerato incompatibile con gli impegni che mi ero presa e con la mia storia. La politica a casa mia è: che cosa fai per gli altri. Tutto il resto è buono per altro. Il governo ha fatto, attivamente, le cose in cui credo». Che cosa pensa adesso di Fini? «Fini è una persona a cui rimango umanamente legata, ma politicamente le sue scelte mi rimangono incomprensibili. Ne abbiamo parlato, allora, ma non ci siamo convinti». È finita la politica spettacolo? «Dipende. Da come si comporta la politica e da come si comporta il resto della società. Che ai politici si parli di politica e non di altro». Ci sono state nomine imbarazzanti durante la legislatura? «Ci sono state, certo, anche in quantità piuttosto ampia e trasversale, persone che siedono in Parlamento presumibilmente senza avere i voti per starci. Che questo avvenga perché rappresenta una lobby finanziaria, perché ha prestato favori sessuali o perché ha dato soldi al partito per me è indifferente. Il punto è che bisogna abolire le liste bloccate. La cosa più urgente è la riforma elettorale». Un giudizio su Tremonti? «È un ragazzo tirchio. Pecca di solidarietà e di gioco di squadra». Perché ha scritto il libro? «L’ho concepito per raccontare una visione del mondo e come, questa visione, io ho provato a metterla in pratica: è un libro un po’ di bilanci, di come ho cercato di dare alternative, che sono l’unica via d’uscita per il disagio. Alle persone se dai un’alternativa al male, quasi sempre scelgono il bene. Volevo dire che la politica sa ancora costruire sulle idee e anche accendere un riflettore sui ragazzi eccezionali che ho incontrato. Mi fa arrabbiare tantissimo come li tratta la società, le definizioni che dà di loro, gli slogan: i bamboccioni, la generazione né-né, quelli senza arte né parte. Non è così. Questi soloni che hanno consegnato ai giovani un’Italia devastata si permettono anche di insultarli, di dare lezioni». La storia più bella di tutte? «Quella di Goffredo Mameli: noi cantiamo l’inno di un ragazzo che quando l’ha scritto aveva 21 anni e quando è morto 22. E che quando viene ferito a una gamba, durante l’assalto alla baionetta sul Gianicolo, dice: “Che m’importa tagliatela, io voglio continuare a vivere, cantare e combattere”. Cantiamo il suo inno senza sapere chi sia, e magari portiamo la maglietta di un guerrigliero boliviano, che va benissimo per carità, ma ne abbiamo anche noi di eroi. Raccontando lui voglio dire: se l’Italia è stata fatta da gente che aveva 20 anni – l’età di molti dei protagonisti del Risorgimento – 150 anni fa, adesso non mi potete venire a dire che chi ne ha meno di 55 non può fare qualcosa di importante per questo Paese». Noi crediamo. Noi chi? «Chi ci mette la faccia». E in che cosa «crediamo»? «Nell’Italia».