Lavinia Farnese, Vanity Fair n. 47 30/11/2011, 30 novembre 2011
Di Lavinia Farnese – «Certe sere torno dagli allenamenti. Sto lì, solo, nella mia casa nuova e penso: se Jermaine fosse qui, mi correrebbe incontro e mi porterebbe fuori in giardino, tirandomi per la maglia, a palleggiare con lui»
Di Lavinia Farnese – «Certe sere torno dagli allenamenti. Sto lì, solo, nella mia casa nuova e penso: se Jermaine fosse qui, mi correrebbe incontro e mi porterebbe fuori in giardino, tirandomi per la maglia, a palleggiare con lui». Kevin-Prince Boateng ha 24 anni e gioca nel Milan da uno. Un mese fa, a Lecce, è stato protagonista di un’impresa straordinaria: con la sua squadra sotto per 3-0, è entrato nella ripresa e ha segnato tre gol consecutivi in 14 minuti, riportando in parità una partita che poi il Milan avrebbe vinto 4-3. A un primo sguardo sembra un duro, fra tatuaggi (36 in tutto), look da rapper e la maglia del pugile Muhammad Ali («un re nero, come Pelé»). Invece, è solo «un ragazzo felice, nonostante la nostalgia». La nostalgia di quando finisce un amore, e non puoi farci niente, perché «that’s life», così è la vita. Ti sposi un agosto che hai 20 anni con Jenny, la ragazzina che quando ne avevi 16 teneva i capelli lunghi e stringeva le dita agganciate alla recinzione del campo, quando ti vedeva segnare. Le dici «sì, lo voglio» perché il diamante che le hai regalato brilla. Ci fai un figlio la notte stessa delle nozze, «in due ore». Gli metti «il Prince nel nome», come l’hai tu. Lo tiri su come non ha fatto tuo padre. E poi un giorno succede. Dici alla madre: «“Basta”, senza urla». Lei allora se ne torna a Berlino, da dove siete venuti. E il bambino diventa «una vocina di tre anni che senti al telefono più volte in un giorno, e chiede dove sei, perché non lì». Perché «lì» è un check-in e due ore di volo più su, in Germania. E niente è facile come era, prima. Quando è successo? «Qualche mese fa. Ci trascinavamo da un po’, l’ho guardata e le ho detto: “È finita, vero?”. “È finita”. Ho fatto la borsa. Dopo otto anni insieme, ero in un albergo». E lei? «Che cosa sarebbe rimasta a fare, qui? Io voglio solo il meglio per il nostro bambino. Non avrei accettato che crescesse in un legame spento, ma so anche che cosa significa essere figli di genitori separati». Ovvero? «Con i miei (la mamma tedesca Christine, il papà ghanese Prince, ndr), finché è durata, vivevamo a Wedding, un quartieraccio di Berlino, tra immigrati turchi, russi, disoccupati che ciondolano per grandi magazzini, bordelli e malavita. Di quando ero un bambino, ricordo molto poco. Ma forse è meglio così». È un pensiero triste. «La mia infanzia è stata povera, cattiva. Mio padre era responsabile di un negozio di abiti e io avevo un anno quando lasciò mia madre, casalinga, sola con me e mio fratello George. Lui poi avrebbe fatto altri due figli con un’altra. Lei altri tre, con due uomini diversi. Mio padre smise subito di interessarsi di noi, che non avevamo soldi né cibo, e andavamo avanti a pane e acqua». Serba rancore? «Se scavo nella memoria, l’unico ricordo che ho è di mio padre che gioca con me e mio fratello maggiore su un campetto d’asfalto dove passavo le mie giornate e poi ci porta al McDonald’s. Punto. Questo mi ha insegnato». E sua madre? «Quando scendo in campo, in qualunque parte del mondo, io so che lei è lì, seduta a un tavolino di un caffè italiano di Berlino dove trasmettono la partita. E mi manda degli sms». Che dicono? «Che sono il numero uno. Il più bello. Il più forte. Quello che dicono quasi tutte le mamme ai figli». Ora che è ricco, la aiuta? «Le pago l’affitto». Tornassero a dire che per salvare l’Italia dalla crisi ci vuole pure il suo contributo di solidarietà, come la prenderebbe? «Penserei che il 48% di aliquota sul mio ingaggio è troppo, perché sì, è vero, si tratta di milioni di euro, ma già tassati». Come si passa dal «campetto d’asfalto» a San Siro? «Avevo 7 anni. Era una mattina in cui avevo saltato la scuola per il pallone. C’era Dennis, un ragazzo biondo. Mi giocava contro. A fine partita mi fa: “Sei forte, devo dirlo a papà”. “Papà” era l’allenatore delle giovanili dell’Hertha Berlino». Poi in Inghilterra, al Tottenham. «Fu allora che decisi di sposare Jennifer. Stavamo insieme da 4 anni. Era la mia prima tifosa e volevamo arrivare a Londra da “famiglia”. Il matrimonio l’abbiamo pensato e celebrato in tre settimane, a Berlino, nel mio giorno libero. Niente viaggio di nozze, solo il tempo di concepire Jermaine. All’alba, un aereo mi riportava in Inghilterra». Come vi eravate conosciuti? «Era la fidanzata di un mio amico. Io avevo 15 anni, lei tre più di me». E adesso che Jennifer è lontana con vostro figlio, nessun nuovo amore? «Nessun nuovo amore». Che cosa le manca del piccolo Prince? «La mattina, quando mi sveglio e non c’è, è il momento più difficile. Poi mi mancano i suoi occhi che si accendono davanti a un pallone: va pazzo per il calcio. D’altronde ha il mio sangue. E vederlo ballare come Michael Jackson davanti alla Tv». È vero che lei fa l’imitazione del re del pop negli spogliatoi? «Sì, ma non sono il solo. Appena parte sull’iPod, ancheggia pure Robinho. E vedeste Zambrotta…». Rimase storica la sua performance lo scorso 14 maggio: per festeggiare lo scudetto, ballò Billie Jean al Meazza. «Onoravo una promessa fatta ai tifosi». «Impeccabile moonwalk», scrissero il giorno dopo. «L’estate del 2009 avevo preso i biglietti per andarlo a vedere alla O2 Arena di Londra. Mi ero detto: “È il tuo mito, non l’hai mai visto e sta invecchiando”. E invece è morto prima: ero a Maiorca, in un chiosco, e una televisione stretta tra patatine e gelati trasmetteva immagini della sua vita con sotto la scritta “Michael Jackson is dead”. Sono scoppiato a piangere». Ha il corpo pieno di tatuaggi. «Amo il ritratto di mio figlio, sulla schiena: è insieme a mia moglie. Ma anche la sua data di nascita. Berlino su un braccio, Prince sull’altro». Sul dorso di una mano ha scritto «trust» (fidarsi), sull’altro «believe» (credere). Perché? «Quando da ragazzino ho iniziato con i tatuaggi, dovevano avere un significato. Adesso se vedo un disegno qualsiasi, e mi piace, lo voglio su di me». Com’è stato crescere così in fretta? «Vado orgoglioso di essere diventato un uomo a 15 anni, via di casa. Adesso, a 24, me ne sento 50, ma so che sono giovane e I feel good, mi sento bene». Non tanto da restare nella Nazionale del Ghana, che ha appena lasciato. «Finché ero al Borussia Dortmund, mi dividevo. Ma con il Milan, tra Campionato, Champions League e Coppa Italia, non ci riesco più. Il mio ginocchio ha subito sei infortuni e altrettante operazioni. Mi fa male persino in aereo, per il cambio di pressione. E mi avvisa se il giorno dopo pioverà. Così, addio Ghana perché tengo alla salute». Con la Nazionale ghanese, ai Mondiali 2010, ha sfidato la Nazionale tedesca dove giocava il suo fratellastro Jérôme: dicono che, allora, non vi siate quasi parlati. «I nostri rapporti non erano mai stati granché, ma poi si cresce e tutto si livella. Tanto che festeggeremo insieme il mio primo Natale da single, e poi via per una vacanza». E quando è a Milano, si lascia andare a notti brave? Tanto è difeso da bodyguard. «In un anno a Milano sarò andato in discoteca una decina di volte. E la sicurezza l’avevo ingaggiata perché mi era arrivata voce che gente non troppo raccomandabile aveva messo gli occhi addosso a mio figlio. Per il resto, sono il primo che arriva agli allenamenti e l’ultimo che va via». Silvio Berlusconi l’ha incontrato? «Due volte. Non ti aspetti che un presidente ti dia una pacca sulle spalle. È davvero un brav’uomo. Un giocherellone».