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 2011  novembre 30 Mercoledì calendario

Di Paola Jacobbi – Jane Fonda è la prova dell’esistenza di un essere superiore. Di un chirurgo estetico superiore

Di Paola Jacobbi – Jane Fonda è la prova dell’esistenza di un essere superiore. Di un chirurgo estetico superiore. Di personal trainer e parrucchieri superiori. Jane Fonda, lei, è superiore. Perché è nata il 21 dicembre 1937 e può indossare la minigonna senza essere ridicola. Perché non si lagna dei guai che ha avuto (la madre suicida, i tre divorzi, le malattie) né si celebra. Non è una vecchia gloria e non imboccherebbe il Viale del Tramonto nemmeno teleguidata con il Gps più sofisticato che c’è. Un paio di volte, durante l’intervista, in una suite dell’Hotel Ritz a Parigi, alcuni dei vari aspetti della poliedrica Jane deviano dalla conversazione per aggiungere particolari che crede potrebbero interessarmi. Dice l’ex attivista che marciò contro la guerra in Vietnam e vocata alle barricate: «Congratulazioni, voi italiani vi siete liberati di quell’uomo orribile, vero? Mi pare gran cosa, non è d’accordo?». Dice l’americana con un debole per l’Europa (ha lasciato il segno il marito francese, Roger Vadim, che le cambiò la vita): «Che poi, sa, i Fonda comunque erano di origine italiana, genovesi per la precisione, e io ci tengo molto». Dice la signora diventata guru, puntando alla mia mano serrata in un pugno mentre la ascolto tutta tesa in modalità intervistatrice ansiosa: «Quel gesto che lei sta facendo non va bene. È trattenuta, guardi che nella vita trattenersi non serve. Si apra all’ascolto». E, allora, ascoltiamola. Ho letto il suo ultimo libro, Prime Time – non ancora in Italia –, una guida alla vecchiaia felice. Ha intervistato moltissima gente, tra cui alcuni ultracentenari. Ma lei vorrebbe vivere davvero fino a cent’anni? «Intanto, non credo che succederà. Ognuno ha un suo ciclo e il mio è entrato nella terza e ultima fase. L’unico buon motivo per vivere il più a lungo possibile sarebbe vedere come saranno da grandi i miei nipoti (ne ha due: Malcolm e Vida, figli della primogenita Vanessa, hanno 11 e 9 anni, ndr)». Lei scrive, in barba a molte teorie, che una buona vecchiaia non ha niente a che vedere con l’infanzia che si è vissuta. «I rapporti con i genitori, i traumi che si vivono da piccoli, contano molto fino a metà della vita. Poi, conta molto di più quello che hai costruito da adulto, che tragitto hai fatto per diventare te stesso. Da un certo punto in poi sono la cultura, gli interessi, la rete di amicizie e un’attività fisica sana a fare la differenza. Gli eventuali errori o orrori dell’infanzia passano in secondo piano. Io ci ho messo molto a capire chi sono, ho passato tanto tempo a pensare che non meritavo di essere amata, e sono stata a lungo una donna triste e malinconica». Adesso, invece, è il ritratto della gioia di vivere. Che cosa è successo? «È cominciato dopo i 50 anni, e credevo fosse una magia capitata solo a me. Invece, parlando con altre persone, ho scoperto che è così per molti. C’è una svolta, nella seconda parte della vita. Si impara a adattarsi, si cresce a dispetto degli ostacoli». Quanto vulnerabile era alle critiche, da giovane? «Molto. Alle critiche degli altri ma soprattutto alle mie. Autostima zero, e un senso di confusione totale. Tra i migliori aspetti della vecchiaia c’è questo fatto che si diventa lucidi. Ormai io lo so che cosa non va bene in me, e se qualcuno mi critica analizzo le sue parole con razionalità. Magari ha ragione, magari no. L’importante è che io sappia la verità». Libri, attivismo politico, i suoi video di ginnastica. Pensa che fosse troppo intelligente per limitarsi a essere solo un’attrice? «Ma no! Guardi Meryl Streep: molto più intelligente di me, eppure fa solo l’attrice. Ma che attrice! Io sono solo una piena di energia che ha sempre cercato mille modi diversi di esprimerla, tutto qui». È stata importante la maternità per lei? «Sono felice di essere madre. Ma riconosco di non essere stata una buona madre quando i miei figli erano piccoli. Ero troppo distratta da altro, poco presente. Però, per fortuna, dopo ho avuto tempo di rimediare ai miei errori». Si può essere saggi e risolti come lei, Jane, ma la vita ogni giorno può darti una mazzata in testa. Lei, un anno fa, ha avuto un tumore al seno. «Non è stato un granché, il mio cancro. Diagnosticato per tempo, curato in fretta, e nessuna conseguenza. Piuttosto, le mie ossa mi hanno provocato un sacco di guai. Sono stata operata all’anca e al ginocchio e – per me che adoravo correre, sciare, arrampicarmi – è stata dura. Ho dovuto rinunciare a tante attività che amavo, ma non mi sono seduta. Ho subito questo cambiamento di marcia con un po’ di rabbia all’inizio, adesso però l’ho accettato. L’importante è non fermarsi, trovare sempre cose nuove da fare». Che cosa pensa dei suoi coetanei che stanno con donne molto più giovani? «Che è un paradosso. Il vero problema degli uomini a quell’età sono le difficoltà di erezione, Viagra o no. Ora, se c’è qualcuno che può essere comprensivo nei confronti di questo tipo di difficoltà, sono le coetanee, non le ragazzine. Un uomo può avere un milione di dollari, ma il suo pene avrà sempre 68 o 70 anni». E che cosa mi dice delle donne con gli uomini più giovani? «Ho avuto degli amanti giovani anch’io, e sa che cosa le dico? Una noia mortale! Finito il sesso, che cosa resta? Di che cosa parli con questi qui? Ci saranno donne che si trovano bene, buon per loro. Ma io preferisco avere qualcuno con cui ho qualcosa in comune». Come, per esempio, Richard Perry, produttore musicale, appena cinque anni più giovane di lei. Insomma, un coetaneo. «Come capita spesso in questi casi di amori tardivi, ci conoscevamo già, da anni. Ci eravamo incontrati la prima volta quando io ero sposata con il mio secondo marito (Tom Hayden, politico democratico, padre di Troy, il secondo figlio di Jane, ndr), aveva organizzato un concerto dei Manhattan Transfer per una campagna di Tom. Poi ci siamo persi di vista. Due anni fa, ero qui a Parigi in questo stesso hotel, e la mia amica Carrie Fisher mi ha scritto che c’era un vecchio amico che si trovava anche lui a Parigi e voleva riallacciare i rapporti. Io ho pensato che con gli uomini avevo chiuso, che non me ne fregava più niente, ma poi ho visto il nome di Richard e mi sono detta: “Ah, quel Richard? Interessante!”». Le capita di guardare i suoi vecchi film? «Il meno possibile. Mi diverte A piedi nudi nel parco, fatico a guardare Sul lago dorato perché mi metto subito a piangere come una fontana». Sul lago dorato è l’unico film in cui lei ha recitato con suo padre Henry Fonda, ed è l’ultimo interpretato da lui. Nel cast c’era anche Katharine Hepburn. E un giovane Michael Jackson venne a trovarvi sul set. Cose leggendarie. «Non era ancora uscito Thriller, e Katharine raccontò a Michael la storia di Laurette Taylor, un’attrice che era stata una rivelazione sulla scena teatrale americana ma che, due anni dopo un folgorante debutto, non le era sembrata più tanto brava. Disse: “Era famosa, ormai, non aveva più la fame necessaria”. Era il suo modo di avvertire Michael dei pericoli del successo. Non c’è niente di peggio che avere talento ma diventare troppo pigri per usarlo». E lei, da attrice, quanta fame aveva? «Pochissima. È cambiato tutto quando mi hanno proposto Una squillo per l’ispettore Klute (primo Oscar per Jane, il secondo venne per Tornando a casa, ndr). Avevo appena lasciato Roger Vadim e cominciavo a capire il femminismo. Lessi quel copione dove mi si chiedeva di interpretare una prostituta e pensai che non era politicamente corretto, anche se allora non si usava questa espressione. Mi consultai con un’amica femminista. Mi disse che, se fossi stata in grado di fare qualcosa di più che recitare, se fossi stata in grado di raccontare questo personaggio con umanità e profondità, allora avrei fatto qualcosa di buono». A lei che cosa ha insegnato Katharine Hepburn? «A prendersi addosso il peso della vecchiaia. Quando un architetto vuole rafforzare una volta, ci mette sopra del peso. E così noi vecchi. Ci prendiamo l’impegno di trasmettere qualcosa ai più giovani». So che lei ama la letteratura francese e Marcel Proust in particolare. Quale sapore o profumo è la sua «madeleine» che la fa tornare con la memoria all’infanzia? «Un profumo che non esiste quasi più. Quello del mesquite e del chaparral, due piante che crescono ai bordi del deserto in California. Quando ero bambina, prima che tutto intorno cambiasse, quello era il profumo della mia terra. Il profumo di casa mia».