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 2011  novembre 25 Venerdì calendario

In questo caso non si tratta di una fotografia, ma della fotocopia di una pagina o di alcune sue righe

In questo caso non si tratta di una fotografia, ma della fotocopia di una pagina o di alcune sue righe. Nel suo saggio La nobiltà dello spirito. Elogio di una virtù perduta, appassionata denuncia della crisi di valori della cultura europea e difesa della sua tradizione umanistica, Rob Riemen ricorda come la moglie e una figlia di Thomas Mann, quando la radio il 1° settembre 1939 diede la notizia dello scoppio della Seconda guerra mondiale, esitassero a informarlo, per non disturbare le «ore sacre» in cui egli attendeva alla sua creazione letteraria. È difficile immaginare un’offesa all’umanità altrettanto barbara e ridicola quanto quelle riguardose discussioni se bussare o no alla porta del grande scrittore, se interrompere o no quelle «ore sacre», mentre sta iniziando una delle più spaventose tragedie della storia. Lo scrittore — e con lui moglie e figlia — sanno bene cosa sia in gioco; Mann ha già colto e denunciato l’infamia del nazismo, ha abbandonato per questo la Germania, è il rappresentante per eccellenza della democrazia, dell’umanesimo, dell’umanità minacciata dalla più atroce violenza. Anche se nel 1939 non si può ancora concepire ciò che pochi anni dopo sarà Auschwitz, la furia razzista e omicida del Terzo Reich è ben chiara, e a Mann in modo particolare. Mann è un grande scrittore cui dobbiamo tanto, ma in quel momento — per colpa sua? Delle sue donne di famiglia? — è ridicolo e ottusamente inumano se rimane nel suo studio tranquillamente pensoso e assorto, tutto preso dal lavoro letterario. È innocente, perché ancora non sa dell’inizio della guerra, e sta legittimamente dedicandosi alla scrittura, a limare un periodo, a togliere un aggettivo di troppo. Ma il solo fatto che sua moglie e sua figlia, due donne di notevolissima cultura e intelligenza, possano pensare anche solo per un attimo che non sia il caso di disturbarlo e che egli potrebbe esserne seccato, fa di questo aneddoto una tragica farsa, trasforma il sacrosanto rispetto per il suo geniale lavoro in un’involontaria parodia, come chiedersi se un re debba andare a letto o al cesso con la corona in testa. La stessa idea di creazione artistica viene messa in caricatura da questo incenso sacrale, come se essa avesse bisogno di un solitario e silenzioso ossequio da cerimonia; Joseph Roth non era grande come Thomas Mann, ma ha scritto pagine geniali in sordidi caffè, devastato dall’alcol, gomito a gomito con la vita più misera e insolente. Se le due donne si sbagliano nei loro timori sulle reazioni di Mann, gli fanno un gravissimo torto. Se è lui ad aver creato e voluto quell’atmosfera di pavor staliniano, fa un torto gravissimo a se stesso, anche perché quel culto è la negazione di uno dei valori a lui più cari, l’ironia. No, non è una famiglia invidiabile — come del resto dimostrano dolorose, tragiche vicende avvenute nel suo seno — quella che s’intravvede in quel momento. Non sono invidiabili le due donne nella loro angosciata e titubante sudditanza; non lo è il capofamiglia, che evidentemente non ha avuto la fortuna di avere accanto a sé una compagna e dei figli capaci di aiutarlo — anche con brusca franchezza reciproca, quando è il caso di correggersi a vicenda — a vivere in modo giusto, da uomo e non da monumento. Con ben altro piglio umano, un grande non certo meno autoritario di lui, De Gaulle, andando a dormire soleva dire, anche per dimostrare la sua disistima per i politicanti sempre affannati nelle loro beghe e incapaci di staccare: «Svegliatemi solo se scoppia la Terza guerra mondiale».