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 2011  novembre 23 Mercoledì calendario

Trucco degli islamici: ora lasciano la piazza - Il trucco c’è ma non si vede. Non si vede perché i Fratelli Mu­sulmani in piazza Tahrir non ci so­no

Trucco degli islamici: ora lasciano la piazza - Il trucco c’è ma non si vede. Non si vede perché i Fratelli Mu­sulmani in piazza Tahrir non ci so­no. Mentre il loro grande nemico, il capo del Consiglio militare Mohamed Hussein Tantawi an­nuncia la nascita di un nuovo go­verno di unità nazionale e si dice pronto a lasciare il potere entro il 30 giugno i Fratelli Musulmani si tengono alla larga da scontri, ma­nifestazioni e disordini. Seguono alla lettera l’appello di Mohamed Beltagy, uno dei capi di Libertà e Giustizia, il partito considerato il loro paravento politico. «Nono­stante sottoscriva le ragioni della vostra rabbia nessuno deve farsi coinvolgere in un escalation capa­ce di generare caos e gravi danni, non dovete - scrive Beltagy - offri­re occasioni a chi cerca giustifica­zioni per ritardare la transizione verso un esecutivo civile con pieni poteri e continuare il cammino della gloriosa rivoluzione». Il trucco, nascosto dietro gli scontri, il sangue e la quarantina di morti di piazza Tahrir, è tutto lì. In quell’appello si cela il piano dei Fratelli Musulmani per arrivare in fretta al voto, conquistare il po­tere e non mollarlo più. Per capir­lo basta collegare parole e fatti. L’ultima ondata di scontri inizia venerdì quando i Fratelli Musul­mani guidano il ritorno in piazza sfruttando la massa critica dei fe­deli delle moschee. Ma slogan, proteste e scontri a loro interessa­no poco. Li lasciano agli utili idioti laici e liberali. Agli stessi a cui, no­ve mesi fa, fecero credere di esser i veri protagonisti della rivoluzio­ne. E così dopo aver lanciato il sas­so, dopo aver innescato la «secon­da rivoluzione» ritirano i propri militanti, lasciano che a protesta­re, morire e delegittimare i genera­li siano gli avversari liberali e laici. Ogni cadavere, ogni ferito, ogni proiettile è un voto in più per loro e tanta credibilità in meno per il Consiglio Supremo dell’odiato fel­dmaresciallo Tantawi. Del resto perché manifestare. Come spiega Beltagy quel che conta sono le ele­zioni. I Fratelli Musulmani, grazie alla loro ben oliata macchina poli­tico- religiosa sono gli unici in gra­do di conquistare un maggioran­za assoluta, monopolizzare il par­lamento, varare una costituzione islamica, conquistare la presiden­za e guidare il governo. Tutto il re­sto conta poco. I primi a saperlo so­n­o Tantawi e i generali che ora ca­piscono di esser caduti in trappo­la. Una trappola preparata da quei Fratelli Musulmani con cui l’ex ministro della difesa e i suoi ge­nerali negoziano sottobanco fin dallo scorso febbraio. Una trappo­la finale scattata ad una settimana dalla tornata elettorale che inizia il 29 novembre per concludersi a primavera. Nell’ambito di questa grande sfida tra generali e islamisti le di­missioni del governo fantoccio del premier Essam Sharaf sono un evento assolutamente irrilevan­te. Sharaf, non a caso, deve atten­dere il via libera dei generali per potersene andare. E questi ultimi prima di licenziarlo discutono proprio con i Fratelli Musulmani la formazione di un esecutivo di unità nazionale guidato dall’ex presidente dell’Agenzia interna­zionale per l’energia atomica Mohammed el Baradei. Cono­sciutissimo all’estero El Baradei resta l’espressione di un’elite lon­tanissima dalle decine di milioni di diseredati condannati a vivere con 50 euro al mese su cui si basa la forza elettorale degli islamisti. Accettando la carica El Baradei renderà solo un servizio ai due grandi duellanti. Consentirà ai Fratelli Musulmani di arrivare al voto fingendo di non esser scesi a compromessi con il potere. Offri­rà ai militari un altro paravento per restare in sella e rimandare la data dell’addio al potere. Secon­do quanto promesso ieri da Tan­tawi quella data dovrebbe coinci­dere con lo svolgimento delle ele­zioni presidenziali e con il 30 giu­gno del prossimo anno. In verità quella data la decideranno i Fratel­li Musulmani quando tratteran­no la resa dei generali con la forza dei propri voti. Con buona pace della rivoluzione liberale e dei suoi utili idioti.