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 2011  novembre 23 Mercoledì calendario

Da Marini a Monti: le peripezie di Dario per stare col vincitore - «Difficile immaginare di meglio», è stato l’elogio di Dario Franceschini al prof

Da Marini a Monti: le peripezie di Dario per stare col vincitore - «Difficile immaginare di meglio», è stato l’elogio di Dario Franceschini al prof. Mon­ti, l’ultima trovata di Giorgio Napolitano. Così,di nuovo si è allineato all’istante al po­tere emergente gradito alla sinistra. È que­sta sperimentata prontezza che ha garanti­to a Dario la sopravvivenza nei maremoti che sconvolgono la sua parte politica da ol­tre 15 anni. Il cinquantatreenne Franceschini, detto Ciuffolino per la svirgola giovanile che gli pende sulla fronte, è uomo da ritagliarsi uno spazio in qualsiasi circostanza pur di stare in prima fila. Non essendo un gigante del pensiero, ricorre a tecniche di galleggia­mento. La preferita consiste nell’affiancare il potente di turno, abbandonandolo appe­na si infiacchisce. Ora, per esempio, mentre abbraccia Monti pugnala contemporanea­mente Pigi Bersani alle spalle. Come infatti sanno pure i sassi, per Bersani il governo tec­nico è la botta che lo defenestra dalla scena politica. Voleva essere il leader del Pd nelle elezioni anticipate che, in caso di vittoria (probabile), lo avrebbero proiettato a Palaz­zo Chigi. Ora, invece, non ha nessuna spe­ranza di arrivarci e Dario- che finora era sta­to il suo giannizzero- gli volta le terga per gio­care in proprio. La sua idea, grosso modo, è questa: ossequio maggiordomesco al gover­no Monti qualsiasi cosa faccia, nel mentre scava la fossa al rivale così da essere lui il can­didato premier del Pd nel 2013. Ma allora è cattivo, direte voi. Di più, è per­fido. Ha quella malvagità cattolica - erede degli intrighi di curia - di cui un altro esem­pio prodigioso è Rosy Bindi, non per caso sua sodale da lustri. Noi lo conosciamo so­prattutto per gli insulti ripetuti al Cav, con cui ci ha inondato pranzi e cene via tv. Ricor­derete certamente le sue cordiali battute: «È un ominicchio», «sembra Antonio La Trip­pa dei film di Totò», «fareste educare i vostri figli da uno così?»frase che gli costò un’inte­merata di Marina e Pier Silvio da levargli le cuoia, costringendolo a scusarsi. Aldilà in­vece di queste sgarberie, Dario non ha pro­dotto nulla di intellettualmente rilevante. Ditemi, su mille volte che l’avete visto, se vi ha colpito per vivacità, ingegno o semplice buon senso. Non ha mai prodotto un’idea. Mai una proposta per l’Italia, mai nulla che non fos­se, in duetto con Bersani, l’aria fritta del tri­to, «Berlusconi faccia un passo indietro». Roba da Cottolengo. Questo italiano inutile per tutti- e addirit­tura dannoso per il centrosinistra - è sem­p­re andato avanti appollaiandosi sulla spal­la del leader di turno. Esordì nella grande po­litica grazie a Franco Marini, l’ex sindacali­sta che a metà anni ’90 fu segretario del Ppi. Divenne suo vice, assieme a Enrico Letta, dieci anni più giovane di lui e, fino a qualche tempo fa, persona più gradevole. Poi, venne in auge Romano Prodi che an­dò a Palazzo Chigi. In un fiat, Dario si mise a disposizione e ne divenne il reggicoda. Lo di­fese a spada tratta contro Max D’Alema che gli rosicchiava il terreno per sostituirlo alla presidenza del Consiglio. Quando però Spezzaferro prevalse, Franceschini traslo­cò da lui in giornata diventando sottosegre­tario del suo governo. Sorto l’astro di Walter Veltroni,fondatore del Pd, il Nostro gli saltò in grembo e si pro­clamò suo ciambellano in rappresentanza degli ex dc del neonato partito. Non che lo amasse, anzi rosicava a fare l’eterno secon­do, ma gli serviva da traino, consentendogli di calcare la scena e guadagnarsi la fama me­ritata di più acido e zitellesco tra politici in circolazione. Finalmente, nel 2009, gli toc­cò per otto mesi la gloria di segretario del Pd. In realtà, era solo il tappabuchi in attesa del­le primarie. Sono certo che, ricordandovi questa parentesi, vi sarete accorti di averla scordata. È il destino di Dario: quello che fa, sfugge; ciò che dice, esce dall’orecchio. Vive ma non esiste.Allo scoccare dell’ottavo mese di segreteria, uscì di scena battuto da Bersani, vincitore della lizza col doppio dei voti. Ora, con l’abituale meschinità,si vendica festeg­giando l’arrivo di Monti che rappresenta per l’altro il benservito tombale. Se dal punto di vista politico Dario è figlio d’arte, la sua grettezza rappresenta invece un tradimento delle origini. Suo padre, Francesco, è stato deputato dc negli anni ’50.A differenza di lui,fu però un limpido an­ticomunista il che a Ferrara, culla dei Fran­ceschini, equivaleva a coraggio. Passò così la vita da emarginato contrariamente al rampollo che, piazzato furbescamente dal­la parte giusta, riempie le cronache ancor­ché inutilmente. Perfino col mio contributo di cui mi scuso col lettore.