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 2011  novembre 24 Giovedì calendario

Pavese: cantami o Circe - Bianca Garufi, si sa, è stata la donna che più ha contato per Cesare Pavese dal punto di vista creativo

Pavese: cantami o Circe - Bianca Garufi, si sa, è stata la donna che più ha contato per Cesare Pavese dal punto di vista creativo. Anche per questo appare stimolante metterla a confronto con lui attraverso il loro carteggio pubblicato per la prima volta nella sua completezza. Ne va dato merito a Mariarosa Masoero che, avvalendosi della confidenza ottenuta in vita da Bianca, ha potuto disporre delle carte postume e in particolare delle lettere, mettendo a frutto per il ricco apparato di note il suo talento investigativo ( Una bellissima coppia discorde , a cura di Mariarosa Masoero, Olschki, 162 pagine, 20 euro). Sicché nulla ormai ci sfugge di questo importante segmento della biografia pavesiana. Il carteggio prende avvio dal l945, a ridosso del «magnifico autunno» che vide nascere a Roma l’amore tra Cesare e l’avvenente siciliana, e si conclude nel 1950, con accenti di placata lontananza. L’esordio del loro rapporto, prima ancora che avvampasse la passione, sembra suggerire un mutuo riconoscimento di natura intellettuale: «Hai un modo di dire le cose scrive Pavese - che fa venire in mente i graffiti preistorici: qualcosa di tranquillamente familiare e insieme mitologico». È quasi il preannuncio del comune interesse per il mondo delle origini, che troverà espressione nei Dialoghi con Leucò . La donna lascerà intendere di avere ispirato il primo di essi, Le streghe : «Ti dicevo ogni tanto di prenderti Circe e di manipolarla a piacere». La manipolazione letteraria arriva a identificare Bianca con l’antica maga, a prestare le sue fattezze all’Artemide della Belva : «Una magra ragazza selvatica», con «quegli occhi un poco obliqui, occhi fermi, trasparenti, grandi dentro». Un’aura mitica che ricorre nel breve, intenso canzoniere dedicato a lei («Terra rossa, terra nera / tu vieni dal mare...»), poesie che Cesare scrisse «per l’amore e il dolore di me». Sono le trasposizioni di un legame che si è fatto d’un subito intimo e travolgente: «Tu sei veramente una fiamma che scalda ma bisogna proteggere dal vento. A volte non so se un mio gesto tende a scaldarmi o a proteggerti. Anzi allora m’immagino di fare le due cose insieme e questa è tutta la mia e la tua tenerezza come una cosa sola». È il momento in cui Pavese intravede la possibilità di una dedizione assoluta, che riscatti ogni contrarietà, del rapporto sessuale, del temperamento, della sua stessa masochistica ombrosità. Ma la donna, dopo una parentesi di «carnale convivenza», rilutta davanti alle profferte di matrimonio, insiste a considerarlo «un’anima gemella», sostiene di provare per lui «un sentimento familiare che so come fra fratelli e sorelle o come appartenenti alla stessa razza». Il brusco distacco avviene con il primo gennaio 1946, quando Bianca rassegna le dimissioni dalla casa editrice Einaudi (dove entrambi lavorano alla sede romana). Delibera di ritirarsi in una Casa della Salute a Uscio, presso Genova, dove riflettere, in una solitudine pressoché monacale, sulla propria vita. In questi mesi intrattiene una fitta corrispondenza con Cesare per scrivere a quattro mani il romanzo «bisessuato» che uscirà postumo con il titolo di Fuoco grande . L’applicazione alla scrittura, e il magistero che esercita su Bianca, valgono per Pavese come compensazione al fallimento amoroso. Non sopporta tuttavia la sua irrequietezza, lo scoraggiamento, «l’andazzo di sfiorare un’occupazione e poi mollarla, more solito ». Bianca, che è tentata dal lavoro di traduzione e non rinuncerà a scrivere romanzi, racconti, poesie, non ne fa come Cesare una ragione di vita («Io sono una scrittrice - afferma con ironia - come tu sei un essere umano»). Già sta maturando in lei la svolta che la porterà, dopo lunghi studi, a praticare la psicoterapia junghiana. Per Cesare, invece, la letteratura - quasi con valore di scambio - ha l’assolutezza che pretendeva dall’amore. Nonostante le consuete bruscherie e reprimende, non mancherà di esserle vicino quando sarà afflitta dalla cattiva salute e dalle ristrettezze economiche, sforzandosi di corrispondere all’insistente richiesta di nondissipare l’antica dolcezza. Ma le lettere vanno diradandosi. L’ultima conservata, del 3 febbraio 1950, è di Cesare. È stato a Roma, ma non ha trovato il tempo di incontrarla. Qualcuno gli ha detto di avere visto la donna venuta dal mare rivestita di un camice bianco: «... facevi non so se la chirurga o la psicanalista». Una coda la troviamo nel diario di Bianca, in cui affiora un vago senso di colpa: «Ho scritto, su queste pagine, che Pavese si è suicidato? (...). Pavese, sciocco, non potevi farti aiutare? Io forse, adesso, ti potevo aiutare». *** Sei ancora così crudele? Letojanni 30 Agosto 1945 Caro Pavese, ho pensato di scriverti un’infinità di volte, anzi credo persino di aver cominciato una volta o due. Così è già passata una settimana dal mio arrivo qui. La notte sogno di avere la febbre talmente mi scotta la pelle per il gran sole del giorno. Decisamente non mi sbagliavo; qui è davvero terribile ogni cosa, e irriducibile. C’è una bellezza speciale e, per me, l’unica penetrante. Vivo in modo strano che avevo quasi dimenticato, qui si dice «vivere di piatto» e sarebbe a dire evitando gli urti o meglio lasciandosi urtare senza conseguenze. È molto difficile da spiegarsi - forse dopo tre bicchieri sarei più esplicita. C’è un vino, decine di vini, formidabili. Ma io non bevo; bere qui sarebbe fuori posto, quasi un’incongruenza. S’incontrano spesso uomini con la giacca scura buttata sulle spalle e ho spesso associato a questi la tua immagine... Vorrei sapere qualcosa di te, se stai bene, se sei ancora così crudele. Bianca Seducimi, scema [Roma] Sabato 23 febb. [1946] Cara Bianca, possibile che sei così scema? Certamente non ti ho scritto finché non ho avuto il capitolo pronto. Io sono un lavoratore. Ma a quest’ora avrai già avuto l’espresso del capitolo e dialogo, e l’altro - un lungo letterone in risposta alle tue prime tre lettere. Adesso ne ricevo altre due, il cui punto centrale è Hemingway. Dunque non lo fai? E va bene. Non insisto perché so che hai altro di meglio - la Cava, i Racc. del figlio e il romanzo bisessuato. Vedremo poi. [...] Il Convito è stato portato a casa tua con gli altri libri. Mi ricordo che ve l’avevo visto. Ne cercherò un altro. Perché non ti pacifichi dentro e non cerchi di far le cose per bene, senza dimenticare niente? Bada che le pietre rotolano... La tua vita in inglese si dice starvation. Godo invece che fumi. A proposito non mi ricordo affatto dell’accendisigari. L’avrò lasciato a casa tua, per complicazioni passionali. Non devi stupirti se tu hai molto da scrivere e io meno. Tu sei in avventura, vedi cose strane e insieme ti annoi. Io vedo sempre gli stessi tavoli, e non m’annoio perché faccio di meglio: sprofondo nella solitudine di chi è ormai un grande spirito del secolo e c’è arrivato perch’era solo e non può mangiare la torta e conservarla, e deve rassegnarsi a lasciare che il mondo turbini e gli altri, se mai, battano alla porta. Ti ho pur detto che io non piglio mai iniziative e mi faccio sempre sedurre dagli altri. Seducimi. Pavese Scusami se sono noiosa [Colonia Arnaldi - Uscio] 26 febb. [1946] Caro Pavese, ho ricevuto la tua lettera con la quale mi inciti a sedurti. Mi dici anche di non essere scema, la tua lettera scritta a matita su carta rosa, tanto per intenderci. Terrò conto delle tue esortazioni. [...] Dunque siccome conto di non scriverti più per parecchio tempo (le mie lettere sono state veramente numerose e noiose, ti prego di scusarmi) ti dico con la presente quali sono i miei programmi futuri: Partirò da qui (Uscio) non prima del 15 Marzo. Andrò subito a Milano. Dove mi tratterrò molto tempo e quasi sicuramente per sempre. Ho già trovato l’alloggio e ho già qualche probabilità di lavoro. Per il momento ti prego di non parlarne perché è tutto molto vago. Quello che invece è certissimo è che io a Roma non ci torno più, o molto tardi. [...] Tanti cari saluti. Bianca Sono sempre invasato Torino 3 febb. 1950 Cara Bianca, a Roma sono passato di sfuggita con certi amici e non ho cercato nessuno per non iniziare un giro innumerevole che non si ferma più. Di te, ho avuto via via notizie che dicevano come, vestita del camice bianco, facevi non so se la chirurga o la psicanalista. Poi mi pare che dicessero che studi alte scienze. Io sono sempre testardo e lupo, e sfrondo sempre di più la mia pianta-uomo per non lasciarci che un solo pollone, il tronco, il quale produca direttamente i frutti. Insomma, tento di abolire foglie e fiori, fin che dura va bene. Ma, come dice Balbo, sono un sottile alberetto da cui pende una pera enorme e altro niente. I libri che faccio probabilmente non piacciono a nessuno, benché molta gente dica bene di me e, non so perché, si picchi di temermi - temermi come influsso, come potenza, come - in definitiva - impiegato presso un editore. Mi sento come le principesse di una volta che non riuscivano mai a farsi amare per se stesse ma sempre soltanto per la posizione. Sono sempre etnologicamente invasato e riesco sempre meglio a trasformare i dati di questa scienza in materia dei miei pensamenti e delle mie fantasie. [...] E tu, sei sempre dell’idea di tutto tentare e a niente fermarti? Io su questo fatto sono irriducibile e sto anzi teorizzando la monotonia, l’insistenza su un solo esperimento, come la condizione di ogni validità. Pavese