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 2011  novembre 23 Mercoledì calendario

Pari opportunità per i farmaci - Nonostante la lotta per le pari opportunità tra i sessi resti aperta su molti aspetti della vita quotidiana, paradossalmente c’è un aspetto cruciale su cui tra uomini e donne non si è fatta mai differenza, purtroppo

Pari opportunità per i farmaci - Nonostante la lotta per le pari opportunità tra i sessi resti aperta su molti aspetti della vita quotidiana, paradossalmente c’è un aspetto cruciale su cui tra uomini e donne non si è fatta mai differenza, purtroppo. Si tratta della biologia e di tutto ciò che ne consegue: dallo sviluppo fisico all’insorgenza delle malattie, fino allo studio dei farmaci e dei loro effetti. Quando si tratta di diagnosticare una malattia o sperimentare una medicina, infatti, gli uomini e le donne vengono erroneamente considerati uguali. A farne le spese, neanche a dirlo, sono sempre le donne, perché, come un abito di sartoria, la medicina è stata tagliata sul corpo dell’ uomo. Infatti, a parte le ricerche sulla riproduzione, per tutti gli altri settori la presenza delle donne è rimasta per anni molto al di sotto del 50%. Oggi la situazione sta migliorando, ma negli studi di fase 1 e 3, negli Usa, si è ancora al di sotto del 30%. In Italia, addirittura, nessuna donna è stata mai arruolata negli studi di fase 1. Una lacuna, questa, imperdonabile, visto che ciò che può andare bene per un uomo può non andare bene per una donna. Ecco perché Novartis ha lanciato per la prima volta nel nostro Paese uno studio osservazionale di genere focalizzato sulla psoriasi, di cui si è parlato ieri a Roma in occasione del simposio «La salute della differenza». Lo studio si chiama «Gender Attention» e valuterà l’influenza del genere sulla differente incidenza di effetti collaterali in uomini e donne affetti da psoriasi e trattati con il farmaco «ciclosporina». Allo studio, condotto su 1200 pazienti (800 donne e 400 uomini), parteciperanno 52 centri ambulatoriali di dermatologia. Il megaprogetto segna un importante passo in avanti nell’affermazione in Italia della «medicina di genere», un’area di ricerca consolidatasi negli Usa a partire dagli Anni 80. Filone di indagini «E’ una nuova scienza – racconta Marianne J. Legato, cardiologa alla Columbia University di New York e tra le promotrici del nuovo filone di indagini –: analizza come si differenziano le funzioni psicofisiche e le modalità d’esperienza della stessa malattia nell’uomo e nella donna». È chiaro da tempo, infatti, che uomini e donne si ammalano in maniera diversa e che una stessa patologia può avere un impatto differente su ciascun sesso. Facciamo qualche esempio. L’arteriosclerosi nel sesso femminile ha uno sviluppo diverso. Se negli uomini le placche cominciano a formarsi già partire dai 30 anni, nelle donne invece questo accade in genere dopo la menopausa. E differenze simili si riscontrano in altre malattie, a cui fino ad oggi si è data una connotazione maschile: basta pensare alle patologie cardiovascolari, che hanno erroneamente spaventato più gli uomini. Le statistiche rivelano, invece, ben altro. Nel mondo il 55% delle donne muore per infarto, ictus, embolia o trombosi, contro il 48% degli uomini. Stesso ragionamento per il cancro ai polmoni: a parità di sigarette il rischio di tumore è dal 20% al 70% maggiore nelle donne. Quindi non si possono considerare le donne uguali agli uomini, quando si tratta di diagnosi. Allo stesso modo bisogna tenere sempre presente queste differenze nella realizzazione di farmaci come nella somministrazione. Rispetto agli uomini le donne sono colpite con maggiore frequenza (da 1,5 a 1,7 volte) e in modo più pesante dagli effetti collaterali delle terapie. Questo dipende da molti fattori, incluso il fatto che i farmaci sono poco studiati sulle donne, nonostante ne siano le maggiori consumatrici. Da qui la proposta lanciata ieri al simposio di introdurre foglietti illustrativi «in rosa» in modo da adeguare la presentazione degli effetti collaterali dei farmaci anche alla salute delle donne. Le autorità internazionali Si sta anche cominciando a considerare un maggiore coinvolgimento delle donne negli studi come una priorità. «Sono ormai diversi anni – dice Maria Delia Colombo, “scientific alignment manager” di Novartis Farma, Italia - che le autorità sanitarie internazionali sottolineano l’importanza di un’equa rappresentanza dei generi negli studi clinici. Noi abbiamo deciso di raccogliere questa sfida». L’ultima volta che in Italia si è dedicata un’attenzione simile alla medicina di genere è stato nel 2008, quando l’Istituto Superiore di Sanità ha avviato, con un finanziamento del ministero della Salute, il progetto «Salute della donna», che ha come obiettivi quelli di studiare protocolli di prevenzione «generemirati», di approntare linee guida specifiche per il genere femminile e di studiare le influenze dell’ambiente e del ruolo sociale della donna sulla salute per suggerire provvedimenti operativi. «La medicina di genere – commenta Stefano Vella, direttore del dipartimento del farmaco dell’Istituto Superiore di Sanità - deve essere uno dei cardini della Sanità: perché soltanto l’appropriatezza della cura è in grado di tutelare davvero la salute della donna».