Lettere a Sergio Romano, Corriere della Sera 24/11/2011, 24 novembre 2011
GLI IMPERIALISTI DISTRATTI DELLA GRAN BRETAGNA
Rivedendo un vecchio film sulle vicende di Cipro e sull’occupazione inglese fine anni Cinquanta, mi è venuto da pensare che tra il 1946 e il 1960, dovunque gli inglesi hanno intrapreso la decolonizzazione, hanno in realtà lasciato dietro di sé situazioni locali estremamente complesse, accompagnate sempre da divisioni territoriali e conflitti (Palestina, Cipro) e anche terribili massacri (India/Pakistan). Ripensando a quelle vicende (inclusa l’operazione di Suez del 1956), mi chiedo quale fosse la politica che ispirava i governi di quel periodo. Sembra quasi che la filosofia fosse: andiamocene, succeda quel che succeda, le popolazioni locali se la vedranno tra di loro. Ma che cosa si pensava? Forse che un «divide et impera» potesse essere ancora un’opzione valida? Quali sono le sue ricostruzioni e valutazioni?
Marco Sestini
msestini@hotmail.com
Caro Sestini, uno storico dell’Università di Cambridge, sir John Seeley, pubblicò nel 1883 un libro intitolato «The Expansion of England» in cui scrisse che l’Impero britannico era stato costruito in un momento di distrazione («a fit of absentmindedness»). Intendeva dire che all’origine della straordinaria espansione delle isole britanniche nel mondo non vi furono né una strategia nazionale, né un progetto deliberatamente preparato nei circoli dirigenti del Paese. Il governo rispose volta per volta alle sollecitazioni provenienti dal mondo dell’economia, alle esigenze della sua marina, alla necessità di assicurare qualche scalo marittimo ai propri traffici commerciali, alle richieste della pubblica opinione ogniqualvolta un affronto patito esigeva l’invio di una spedizione militare. L’affermazione non è interamente vera, ma è tipica di un popolo che ama ostentare la virtù che nell’Italia del Rinascimento si chiamava sprezzatura e in francese, ancora oggi, «nonchalance».
Se fosse ancora vivo, John Seeley ci spiegherebbe forse che anche il disfacimento dell’Impero avvenne con una buona percentuale di casualità, indifferenza e distrazione. Ma ogni caso presenta caratteristiche particolari. L’indipendenza dell’India fu il risultato di un processo iniziato negli anni Trenta che aveva raccolto consensi nelle file del Partito laburista e divenne difficilmente rinviabile, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, per due ragioni. In primo luogo la Gran Bretagna aveva contratto un debito con i numerosi reparti indiani che si erano battuti bene su tutti i fronti del conflitto. In secondo luogo i laburisti, dopo la conquista del potere nelle elezioni del 1945, dovevano essere coerenti con se stessi.
La Palestina non era una colonia, ma un mandato della Società delle Nazioni. Quando la risoluzione dell’Onu, nel 1947, decretò la nascita di due Stati, la Gran Bretagna rimise il mandato. Nel caso della Palestina, come in quello dell’India, la Gran Bretagna fu accusata di non avere fatto alcunché per impedire i conflitti etnici scoppiati nei due Paesi. Ma se fosse rimasta e avesse cercato d’interporsi, l’avremmo probabilmente accusata d’indebita interferenza.
Anche il caso dell’Egitto presenta caratteristiche particolari. Il ritorno del Paese all’indipendenza, dopo un protettorato iniziato di fatto nel 1882, avvenne nel 1936, anche se gli effetti del provvedimento furono ritardati dallo scoppio della Seconda guerra mondiale. La Gran Bretagna sperava di continuare a controllare il canale di Suez e reagì con la forza, come sappiamo, quando Gamal Abd el Nasser nazionalizzò la società che lo gestiva. Ma quando gli Stati Uniti costrinsero gli inglesi e i francesi a interrompere le operazioni militari, Londra giunse alla conclusione che la perdita del Canale non le avrebbe consentito di continuare ad amministrare le sue colonie a sud del Sahara. E liquidò in pochi anni il suo impero africano.
Sergio Romano