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 2011  novembre 24 Giovedì calendario

BELLO AMARSI E NON CAPIRSI TROPPO

Non potremmo mai rinunciare alla distesa di tetti di Parigi, alla sagoma della Tour Eiffel e allo scorrere lento della Senna. Apollinaire diceva che il fiume è mantenuto dai bouquinistes che vendono libri vecchi sul Lungosenna. E i francesi come farebbero senza i nostri tesori d’arte e le nostre rovine?
Amarsi e non capirsi del tutto, o meglio travisarsi quel poco che rende tutto più poetico. Questo sembra il destino di quella strana coppia che indiscutibilmente Italia e Francia formano da tempo immemorabile. Così simili e così diversi i nostri due Paesi sono stati, in campo culturale, un punto di riferimento ineludibile gli uni per gli altri. O meglio, i francesi hanno un complesso d’inferiorità verso l’inarrivabile patrimonio artistico italiano e gli italiani ce l’hanno verso la raffinatezza intellettuale francese. Il primato artistico italiano nel passato è indiscutibile quanto quello francese nell’età moderna. Basta pensare ai luoghi comuni dell’immaginario, il Colosseo per l’Italia e la Tour Eiffel per la Francia.
Le due nazioni si completano. Come in una sorta di staffetta, quando la nostra letteratura e la nostra arte hanno incominciato a inaridirsi, le loro hanno conosciuto un inedito, singolare splendore. Tutto il nostro immaginario dipende ancora da quello costruito e diffuso dalla cultura francese dell’800. Il mito di Parigi è stato raramente messo in dubbio e un soggiorno nella capitale era considerato indispensabile per scrittori ed artisti. Modigliani non sarebbe diventato se stesso senza quella musa crudele, che l’avrebbe fatto crescere e poi spinto al suicidio.
Analogamente per i francesi ancora oggi come qualche secolo fa chi non ha fatto «il viaggio in Italia», saziandosi dell’inaudita bellezza dei capolavori e dei paesaggi, non può considerare completa la propria formazione. Quando il francese era, come oggi l’inglese, la lingua più diffusa, le nostre classi alte lo parlavano più dell’italiano. Ma la conoscenza dell’italiano veniva considerata in Francia un segno di grande elevatezza culturale. Chi lo imparava sapeva recitare canti interi di Dante o i versi di Petrarca.
Pur difendendo la propria cucina, ognuno è convinto che tutto sommato quella dell’altro sia più attraente. Lo stesso succede con i vini. Sì, l’erba del vicino è sempre più verde, ma è anche più nutritiva e nuova.
Come in ogni rapporto a specchio, italiani e francesi sono convinti che gli altri siano più sensuali e capaci di godersi la vita. Malgrado lo neghino, entrambi continuano a filtrare il presente altrui con antiquate lenti culturali, il mandolino contro il Moulin Rouge.
Certo il laicismo francese è molto distante dal cattolicesimo italiano, ma i francesi non possono fare a meno di lasciarsi sedurre dalle ritualità religiose italiane e dalla fastosità del cerimoniale. Certo le istituzioni culturali francesi in Italia non sono più quelle di una volta, quando il pittore Balthus aveva trasformato la Villa Medici in un crocevia culturale internazionale. Oggi le ambasciate francesi, probabilmente assorbite da interessi politici ed economici, hanno smesso di essere un punto d’incontro e di diffusione delle reciproche culture.
In un epico saggio Elena Croce dimostrava giustamente che Stendhal non aveva capito molto degli italiani e lo stesso si può dire per molti altri autori «italianisant» francesi. Ma non importa, l’essenziale, nei rapporti tra i popoli, non è capirsi ma amarsi. Inevitabilmente questa cordiale incomprensione comporta alcuni paradossi, di cui sono vittima soprattutto i francesi, spesso pronti ad acclamare come geni modesti personaggi italici in cui riconoscono la loro idea stereotipata della penisola.
Ma gli sguardi dei grandi viaggiatori restano indispensabili per rivelarci un’Italia di cui talora ci sfugge, per l’abitudine, tutto lo splendore. E Venezia si rinnova senza sosta nel loro sguardo. «Il silenzio di Venezia può essere comodamente utilizzato per il godimento di tutta una vita», pensava Jean Giono. E raccomandava lo spettacolo di piazza San Marco a notte fonda, quando l’orchestra del Florian se ne era andata, l’aria era profumata di iodio e l’acqua, salendo, obbligava a mettere i piedi sulla sedia del caffè.
Giuseppe Scaraffia