Federico Fubini, Corriere della Sera 24/11/2011, 24 novembre 2011
TERRE RARE. LA SVOLTA DEI SAUDITI SPIAZZA PECHINO
Il problema delle terre rare è ormai noto anche ai profani della geologia. Un carro armato americano, un radar, un missile teleguidato, l’hard disk di uno smartphone, un’auto ibrida, una lampadina a risparmio energetico o i cavi a fibra ottica, hanno tutti in comune proprio questo: contano le terre rare fra le loro componenti. Il problema politico di questi 17 elementi della tavola periodica dai nomi bizzarri — lutezio, ittrio, scandio, europio o neodimio — è che il 97% della produzione mondiale è in Cina. Discrete riserve geologiche si trovano anche negli Stati Uniti, ma l’estrazione è così inquinante da risultare quasi impossibile in democrazia. Tutte le grandi imprese tecnologiche occidentali (anche della difesa) hanno espresso preoccupazione per questa dipendenza dalla Cina. Ora però il quadro sta per cambiare. L’Arabia Saudita (nella foto, il re Abdullah bin Abdul Aziz Al Saud), principale alleato degli Stati Uniti nel Medio Oriente, sta per sfidare il monopolio della Cina. La Saudi Geological Survey, dopo investimenti di centinaia di milioni, ha localizzato depositi di terre rare nell’area centrale della penisola araba. Elementi decisivi per le nuove tecnologie come il tantalo e il lantano si trovano in grandi quantità in un’area desertica di 600 mila chilometri quadrati. Abbastanza per cambiare la geopolitica dell’innovazione nel mondo. Già vari Paesi avanzati, fra cui il Giappone, si sono fatti avanti per avere accesso a queste risorse. Hanno fretta di spezzare il legame con la Cina, che pone sempre maggiori condizioni. Ma per ora il governo di Riad aspetta: prima di dare concessioni, intende verificare con cura l’entità totale dei giacimenti.
Federico Fubini