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 2011  novembre 23 Mercoledì calendario

FIORELLO, LA RIVINCITA NAZIONALPOPOLARE - È

così difficile capire la tv che tutti ne scrivono. Giustamente. Dopo il calcio, o forse prima, è l’argomento che alimenta tutti i discorsi, buono per tutte le occasioni. Per questo, il caso Fiorello (l’astio di alcune critiche) sta diventando interessante.
F orse «#Il più grande spettacolo dopo il weekend» è andato in onda nel momento sbagliato (per certa sinistra, l’uscita di scena di Silvio Berlusconi esigeva ben altro accanimento satirico), forse qualcuno confonde il varietà con altri generi (a molti, con piena legittimità, piace Maurizio Crozza che fa l’imitazione dei politici, Mario Monti compreso), forse, è una pura ipotesi, c’è sempre la necessità di un bersaglio grande per compensare la propria modestia. Fiorello può piacere o non piacere, nel suo spettacolo ci sono momenti più riusciti e altri meno (per esempio trovo modesta l’imitazione di «X Factor»), ma una cosa è certa: il varietà si fa così. Con uno studio sontuoso, una grande orchestra, i monologhi, le canzoni, il balletto, le parodie, gli ospiti famosi (c’è un altro programma che riesce a invitare i Coldplay? E dove Chris Martin si mette a duettare con Enrico Cremonesi?), le imitazioni dei personaggi dello showbiz (grandioso Mimmo Foresta). Per quel poco che so di storia della tv italiana, non mi sembra che in passato ci sia mai stato un intrattenitore così completo e multiforme. Proprio per l’anacronismo del genere — perché gli spettacoli della tv tendono ormai alla più selvaggia frammentazione e non riescono più a concepire la complessità — «#Il più grande spettacolo dopo il weekend» resta un punto fermo della nostra tv. A differenza di altri prodotti che viaggiano facilmente anche su diverse piattaforme, che vivono perché «spacchettati», il varietà ha ancora il sapore del rituale televisivo. Invece di cercare di capire le ragioni pop di un così grande successo di audience, che ha catturato pubblico che di norma non guarda la tv, ci si rammarica per quel che avrebbe dovuto essere. Sono soprattutto quelli che non sanno guardare al futuro che accusano Fiorello di guardare al passato. Se Rosario Tindaro fosse nato a Broadway staremmo qui a parlare di uno dei più grandi talenti dello spettacolo. E invece, grazie anche alla rete, non ci facciamo mancare niente, insulti compresi. Esecrare la noia degli altri (lo show è accusato di essere noioso!) diventa un espediente per mettersi la coscienza a posto, per trincerarsi ancora di più dietro la propria inestirpabile noia. E comunque, in questo momento, lottare per la difesa di Fiorello, dei «Soliti idioti» e di Checco Zalone è il più raffinato dei godimenti.
Aldo Grasso