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 2011  novembre 23 Mercoledì calendario

IL NOSTRO LUNGO VOTO LUSINGHE PER GLI SVOGLIATI

La Spagna in 24 ore ha votato, ha effettuato lo spoglio dei voti e ha annunciato il vincitore. A noi occorrono tre giorni: due per votare (nessuno ci ha mai spiegato perché) e almeno un altro per conoscere il vincitore. A chi giova? Non è anche questo uno sperpero inutile, di cui tenere conto?
Maria Angela Cecchini
Segrate (Mi)

La chiusura alle ore 20 di domenica delle urne in Spagna e gli exit poll poi confermati usciti pochi minuti dopo le 20, mi hanno fatto sentire un extraterrestre come italiano. Possibile che solo noi votiamo fino al lunedì alle 14? Chi potrà mai prenderci sul serio? Spero proprio che il governo Monti ponga fine a questa anomalia anche per risparmiare.
Paolo Preci, Milano

Alle sette di mattina del lunedì si conoscevano i risultati delle elezioni spagnole, compreso il numero di seggi assegnati ai vari partiti. Oltre che agli studenti (e ai professori), a chi giova che solo in Italia si voti fino alle 14 del lunedì? Ricordo che in un’occasione si votò solo di domenica e non mi sembra ci sia stato nessun sensibile aumento di astensioni.
G.Franco Lombardi
nuncestbibendum@msn.com
Cari lettori, quella da voi segnalata non è la sola particolarità del sistema elettorale italiano. Un’altra anomalia, per certi aspetti ancora più assurda, è il tabù stagionale. Una regola non scritta, ma condivisa da buona parte della classe politica, vuole che le elezioni abbiano luogo soltanto in primavera, quando il tempo dovrebbe consentire una maggiore partecipazione al voto. Negli Stati Uniti gli appuntamenti elettorali sono in novembre, allorché una parte del Paese è già coperta dalla neve o innaffiata dalle piogge autunnali. In Gran Bretagna le scadenze elettorali dipendono dal momento in cui il primo ministro ritiene opportuno, per ragioni di convenienza politica, sciogliere la Camera dei Comuni e chiamare il Paese alle urne. Nei Paesi scandinavi, dove gli inverni sono particolarmente rigidi, la data delle elezioni non tiene conto del bollettino meteorologico. In Italia invece gli elettori vengono trattati come bambini capricciosi, viziati e svogliati che occorre attirare nei seggi con qualche lusinga.
Fra le lusinghe vi è per l’appunto la mezza giornata del lunedì: una concessione che permette al cittadino elettore di non dedicare alla cosa pubblica nemmeno un’ora della sua domenica e di toglierla al suo datore di lavoro il giorno dopo. Nel 1994, dopo l’approvazione di una nuova legge elettorale, fu deciso, finalmente, di eliminare il voto del lunedì e di mettere l’Italia al passo con le abitudini civili dei suoi partner. Ma non appena il governo Ciampi annunciò che le elezioni avrebbero avuto luogo il 27 marzo, il rabbino Toaff e altri esponenti della sua comunità protestarono denunciando la scelta di una data che coincideva con la Pasqua ebraica. In un articolo per Epoca osservai che anche la Chiesa cattolica, in passato, aveva considerato il voto domenicale una sorta di insulto al giorno del Signore; ma lo Stato laico, allora, aveva tirato dritto. Ciampi invece si scusò pubblicamente con il rabbino e preparò un decreto che avrebbe permesso l’apertura dei seggi nella giornata di lunedì. Da allora siamo tornati alle vecchie abitudini.
Sergio Romano