Carlo Sini, Corriere della Sera 23/11/2011, 23 novembre 2011
TORNARE POVERI (E IN SALUTE) PER CANCELLARE L’INSENSATA MISERIA
Un miliardo di obesi oggi sul pianeta, e un altro miliardo muore di fame. Così dicono le statistiche ed è inutile precisare in quali luoghi della terra troverete facilmente gli uni e gli altri. Non si era mai visto niente di simile ed è spontaneo il pensiero che qualcosa non va nel cosiddetto cammino della civiltà e del progresso. Non pare ci siano animali obesi in natura, ma come si «civilizzano», vivendo nelle nostre calde e confortevoli dimore, cani e gatti tendono facilmente a imitare il loro padroni sovrappeso. Lo stesso accade ai bambini: quelli italiani si dice siano i più sovrappeso d’Europa e forse i genitori non sempre se ne preoccupano abbastanza.
Anche nel progresso c’è un lato oscuro e aveva qualche ragione Hegel a dire che «l’uomo è un animale malato»: malato di «spirito», perché anche la vita sociale, come aveva intuito Rousseau, porta con sé specifiche degenerazioni. Non ci sono animali obesi in natura perché la sopravvivenza è per tutti un compito complicato. Nel Settecento David Hume, in polemica con le ingenue e pie esaltazioni della divina provvidenza che governa l’ordine della natura, se ne lamentava: più che da un padre indulgente, la vita sul nostro pianeta sembra regolata da un padrone severo o poco generoso, per non dire spilorcio. Gli esseri viventi, infatti, sono forniti solo del minimo indispensabile per sopravvivere e spesso anche di qualcosa meno di ciò che servirebbe a conservarli, per esempio in occasione di incostanti stagioni o di grandi catastrofi climatiche. Oggi avrebbe qualche motivo per ricredersi: la durezza dell’esistenza naturale è causa di molti mali, certo, ma è anche fonte prima di buona salute per gli individui. Quale sarebbe allora la giusta equazione tra sanità naturale e una vita sociale che pare ossessivamente proiettata in un’espansione costante? Non abbiamo risposte, ma dati impressionanti sui quali riflettere sì.
Nel 1820 la differenza di reddito fra Paesi ricchi e Paesi «in via di sviluppo» (come si diceva una volta ma, oggi sappiamo, con imprudente ottimismo) era di 3 a 1; nel 1999 era di 727 a 1. Nel 2000 il tasso di accrescimento nei Paesi ricchi è stato del 46%, in quelli poveri zero. Ciò significa che 225 persone al mondo possedevano una ricchezza pari al reddito annuo di due miliardi di esseri umani. Traggo questi dati da libro di Suor Emmanuelle («Ricchezza della povertà», Jaca Book, 2003). Questa religiosa francese, che ha vissuto per 22 anni tra i poveri di una bidonville del Cairo e che ha creato un’associazione di accoglienza che opera in più di 20 Paesi, suggeriva una differenza importante tra povertà e miseria. La prima ha accompagnato, ora più e ora meno, gli umani per quasi tutta la loro storia. Qualche antico e fortunato Trimalcione non spostava la generale povertà delle società del passato. La miseria, però, è un’altra cosa ed è un fenomeno che si è diffuso spaventosamente in tempi recenti. Con la povertà sono potute coesistere nei millenni civiltà grandissime e opere sublimi dello spirito. Con la miseria ogni umana dignità viene meno e con essa la salute del corpo e la salvezza dell’anima.
È dunque il caso di arrestare il progresso e di ridiventare poveri? Ci sono economisti che, in un certo senso, ci stanno pensando. Il progresso materiale e il puro criterio quantitativo non sembrano sufficienti a garantire la qualità del «buen vivir», come dicono gli Indios, e una più equa distribuzione nel mondo delle opportunità e delle risorse. A questo fine, invece, servono di più antiche consuetudini e virtù oggi desuete: quelle appunto che in condizioni di povertà erano indispensabili alla sopravvivenza, come il rispetto della natura, dei suoi ritmi e dei suoi cicli ricostitutivi, e lo scambio solidale; quindi un altro modo di intendere il mercato, delle cui virtù nessuno dubita, ma il cui tratto essenziale non è la pura finalità speculativa, né la riduzione di ogni prodotto a merce e di ogni merce ad accumulo insensato, quando violento, di capitale finanziario.
Resta l’amara constatazione: un miliardo di obesi e di altrettanti uomini che non hanno da mangiare. Il male e il dolore degli umani non finisce di stupire. In uno degli straordinari aforismi di Carlo Gragnani (ne consiglio la stimolante lettura in «Scrittori italiani di aforismi, vol. II», Il Novecento, Meridiani Mondadori, 1996) leggiamo: «Il povero soffre da povero, il ricco soffre da ricco». Non si salva nessuno.
Carlo Sini