Aldo Grasso, Corriere della Sera 18/11/2011, 18 novembre 2011
BORIS, QUEL PESCIOLINO ROSSO IRRESISTIBILE QUANDO SI AGGRAPPA ALLA SUA CATTIVA STELLA
Bene ha fatto Raitre a proporre per il pubblico della tv generalista la serie Boris (già andata in onda sul satellite, su Fox) anche se, è una supposizione, il pubblico di quella rete Boris dovrebbe già averlo visto, in una maniera o nell’altra: non per caso, Boris viene sempre additato come un esempio di tv intelligente, di satira riuscita, di atto d’accusa contro la tv. La sensazione che si prova ora è infatti quella di recensire un film che passa in seconda visione, secondo i canoni distributivi di una volta. Boris è una serie prodotta dalla «vecchia» Wilder di Lorenzo Mieli, nata da un’idea di Luca Manzi e Carlo Mazzotta, firmata da Mattia Torre, Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, che ne è anche il regista; sigla di Elio e le Storie Tese. Fra gli interpreti Antonio Catania, Alessandro Tiberi, Caterina Guzzanti, Francesco Pannofino, Carolina Crescentini e Pietro Sermonti. Boris (è il nome di un pesciolino rosso portafortuna) si offre come un inesorabile ma buffonesco atto d’accusa contro la cialtroneria di molta serialità italiana.
Per questo piace molto a chi odia I soliti idioti, al sereno dandinismo, molto diffuso sui giornali (la versione trendy del luogocomunismo): è rassicurante, ribadisce il primato e il disprezzo degli intelligenti sui buzzurri, è un atto di diffida nei confronti dei furbastri. Tutto bene, tutto giusto. Salvo che una lettura così – così ideologica – è riduttiva nei confronti della stessa serie. Ai dandinisti basterebbe dire: ma l’avete visto 30 Rock di Tina Fey, che affronta lo stesso argomento ma con ben altra complessità metaforica e linguistica? Paradossalmente, per apprezzare Boris, bisogna partire dal fatto che anche Boris è figlio di quella tv italiana che vive di budget risicati, di approssimazioni, di balle, di facilonerie, di romanità folkloriche, di indotto Rai. Boris è irresistibile.