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 2011  novembre 23 Mercoledì calendario

IRRESPONSABILE, CON TROPPI POTERI

Forse bisognerebbe pensarci su e chiedersi se non sia il caso, fatto trenta, di fare anche trentuno, scegliendo la strada maestra della piena responsabilizzazione politica del presidente della Repubblica mediante l’elezione diretta. Solo che non lo faremo. Poiché le scelte chiare, e le decisioni non nette, non sono nel nostro stile».

Ecco: l’ingresso del capo dello Stato nella politica grande e minore ha raggiunto livelli tali che un insigne editorialista, quale Angelo Panebianco, è arrivato a interrogarsi sulla repubblica presidenziale.

Come giustamente chiosa, il popolo italiano ben difficilmente arriverà a darsi una repubblica al cui vertice stia un presidente che sia, insieme, anche capo del governo. L’ipotesi, assolutamente minoritaria alla Costituente, rilanciata da Randolfo Pacciardi negli anni Sessanta con l’unico risultato di farsi accusare di tramare rivoluzioni e di ricevere quello che, all’epoca, era considerato un insulto, cioè gollista (insieme col fascista, che non guastava mai, specie se dato a un uomo del passato di Pacciardi), ripresa poi dal Msi di Giorgio Almirante, accarezzata da Bettino Craxi, non è mai andata di là di studi, proposte, velleità.

Tuttavia assistiamo, dopo Einaudi, a presidenti che agiscono in prima persona, penetrando nella politica estera in difformità dal governo (Giovanni Gronchi), agitando tribuniziamente la propria carica con sussulti populisti (Sandro Pertini), picconando l’intero mondo politico (Francesco Cossiga), fino al ribaltone appoggiato, favorito, esaltato da Oscar Luigi Scàlfaro.

Giorgio Napolitano ha fornito, in questi giorni, un esempio di governo del presidente tale da far impallidire i ricordi storici di Giuseppe Pella o di Fernando Tambroni, di Carlo Azeglio Ciampi o dello stesso Lamberto Dini. Dalla nomina di Mario Monti senatore a vita, alle preconsultazioni, dall’avvio dell’inusitata precrisi, alle dimissioni preventive pretese e certificate, fino all’opera prestata per le nomine ministeriali, è stato un susseguirsi d’interventi che certo potranno forse restare nell’àmbito delle prerogative costituzionali (come sempre quando si discetta di diritto costituzionale, si trovano sempre esperti e docenti pronti a sostenere qualsiasi tesi faccia politicamente piacere, per assurda che essa risulti), ma che a un osservatore esterno non possono apparire almeno sforzati.

Eppoi c’è una serie impressionante di dichiarazioni, interventi, incontri, che sovente rientrano sì nella miglior tradizione dell’acqua fresca delle prediche presidenziali (bisogna agire per il bene comune, costruire è meglio di distruggere, occorre aiutare l’istruzione, la produzione, la cultura, le imprese, i lavoratori, gli studenti, i professori, gli automobilisti, i pedoni, i giovani, i vecchi, le donne, e via elencando categorie in misura tale da far impallidire il ricordo della camera delle corporazioni), ma che spesso suonano come schiette posizioni politicamente schierate.

Si può o no essere d’accordo con Giorgio Napolitano sull’invito poco implicito a passare allo ius soli in luogo dello ius sanguinis in tema di cittadinanza; però, il suo intervento di ieri ha rappresentato l’ennesima intromissione nelle competenze e nelle prerogative del Parlamento.

D’altro canto, il capo dello Stato ha oggi dalla sua la popolarità, ancor più vasta di quanto disponesse il demagogo Pertini, ed è logico che la sfrutti per operare secondo la propria visione politica. Così come ha fatto, per esempio, in tema di rapporti di lavoro. Così ha fatto mettendo da parte il governo Berlusconi, per edificarne uno nuovo, tutto proprio. In questo caso, gli è andata finora male per le reazioni dei mercati, lontanissimi dal segnare il tracollo dei differenziali sui titoli di Stato vaticinato da politici e analisti di centro-sinistra. Il fatto è che la Costituzione assicura l’irresponsabilità al presidente di una Repubblica non costituzionalmente presidenziale.