Il Fatto Quotidiano 22/11/2011, 22 novembre 2011
IL LEADER E LA PAROLA MANCANTE
Molto più che un messaggio subliminale. Era il mese di marzo del 2004 – a due settimane dalla sua prima sconfitta elettorale contro Zapatero – quando il volto di Mariano Rajoy comparve in copertina, a tutta pagina, sul mensile gay Zero. Accompagnato da una vistosa scritta, outing, e da una domanda molto esplicita: “È lecito tirare fuori dall’armadio (dell’omosessualità, ndr) un presidente del governo?”. Quell’insinuazione provocò in parte sconcerto, ma non sorprese del tutto. La voce secondo cui Rajoy sarebbe gay circola da sempre. Un “bulo”, una semplice bufala, come quelle che si diffondono spesso a proposito dei personaggi pubblici? Come si sa, il nuovo premier spagnolo è sposato e ha due figli, di 12 e 6 anni. Ma forse uno degli elementi che hanno contribuito ad alimentare le voci è proprio la data delle sue nozze: 1996, subito dopo il suo ingresso nel primo governo guidato da José María Aznar. Si dice che il suo mentore politico, l’ex ministro della dittatura Manuel Fraga, si fosse lasciato sfuggire poco prima questa frase: “Se non si sposa, questo Marianito non arriverà da nessuna parte”. E a completare l’outing, ci ha pensato anni fa un suo compagno di partito, il presidente della Piattaforma gay del Pp, Carlos Alberto Biendicho, irritato dal “no” dei popolari alla legge sul matrimonio omosessuale: “Rajoy si è sposato per amore al partito essendo omosessuale”. Il tasso di omofobia all’interno dell’estrema destra spagnola è ancora alto. Ne è riprova il tono sprezzante con il quale Rajoy è stato trattato, nei momenti più difficili, dal più noto tra i giornalisti ultra-conservatori spagnoli, Federico Jiménez Losantos: “Maricomplejines” fu il soprannome che gli affibbiò. Un volgare gioco di parole che unisce il nome Mariano all’appellativo “complessato”. Ma il neologismo contiene volutamente al suo interno la parola “maricón”, modo insultante per definire un omosessuale.