Stefano Caselli, Il Fatto Quotidiano 22/11/2011, 22 novembre 2011
“UNIONE DEI CONDANNATI” QUANTI GUAI PER L’UDC
Non mi risulta che l’Udc sia meglio degli altri”. È un Carlo Giovanardi carico di rabbia e indignazione quello che attacca il suo ex partito dalle colonne del Giornale. Chi pensa che il coinvolgimento nell’inchiesta Enav del segretario amministrativo dell’Udc Giuseppe Naro – sospettato di aver intascato una tangente da 200 mila euro da Tommaso Di Lernia, uomo chiave del sistema appalti Finmeccanica – abbia stimolato nell’ex ministro contro-tutte-le-droghe un sussulto di questione morale, rimarrà deluso. La tesi Giovanardi, molto semplice, è infatti all’insegna del solito “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, da cui consegue che tutti, in fondo, rubano alla stessa maniera e dunque – ecco la conclusione politica – non si capisce perché l’Udc, violando clamorosamente il sacro codice della casta, abbia votato a favore dell’arresto di Alfonso Papa, contribuendo (secondo Giovanardi) alla prematura scomparsa del governo Berlusconi. Sull’inchiesta, l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio non si pronuncia “perché – dichiara – vedo la solita babele di nomi”. Per esempio il suo. Tra i favori che i politici erano soliti chiedere al responsabile delle relazioni esterne di Finmeccanica Lorenzo Borgogni, infatti, ci sarebbe anche una richiesta – via Gianni Letta – di Carlo Giovanardi.
Alle domande dei cronisti che gli chiedevano conto del caso Naro, ieri Pier Ferdinando Casini ha così risposto: “Nessun partito ha sempre espresso fiducia sulla giustizia come il mio. Dopo tante polemiche, penso che questa sia la risposta più eloquente che potevamo dare”. Neanche una parolina contro i giudici, roba da far allibire ancor di più Giovanardi, che il suo vecchio partito non lo riconosce proprio più. Il rischio di “collusione con la giustizia” (per usare un’espressione cara a B.) è grande: Michele Vietti, da quando è vicepresidente del Csm, seguita a mantenere buoni rapporti con la Magistratura e il rischio che il neo ministro della Giustizia Paola Severino (già avvocato di Francesco Gaetano Caltagirone, suocero di Casini) si comporti allo stesso modo non è ancora scongiurato. E che dire della vecchia pattuglia che spinse le malelingue a ribattezzare l’Udc “unione dei condannati”? Se ne sono andati quasi tutti. Resiste solo il segretario Lorenzo Cesa con la sua condanna a tre anni e tre mesi per le tangenti Anas, poi prescritta dopo l’annullamento per un vizio di forma della sentenza di primo grado. Gli altri big hanno lasciato. L’ex presidente della Regione Sicilia Totò Cuffaro – quello su cui Casini avrebbe “messo la mano sul fuoco” – ha abbandonato il partito nell’ottobre 2010 per il Pid (Popolari di Italia Domani), pochi mesi prima della condanna definitiva a sette anni (che sta scontando a Rebibbia) per favoreggiamento a Cosa nostra. Il Pid si è portato via anche l’ex ministro dell’Agricoltura del governo B. Saverio Romano, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e Giuseppe Drago (anch’egli ex presidente della Regione Sicilia) che un anno fa, a causa di una condanna definitiva per peculato (pena condonata) è stato costretto addirittura a dimettersi dal Parlamento dopo che la Giunta delle elezioni della Camera aveva decretato l’incompatibilità tra lo scranno a Montecitorio e la pena accessoria della sospensione dai pubblici uffici.
Cuffaro, Romano e Drago, abbandonando l’Udc, avevano fedelmente seguito Calogero Mannino, assolto definitivamente (nonostante una condanna in appello a cinque anni e quattro mesi nel 2004) da tutte le accuse di concorso in associazione mafiosa; ma l’ex più volte ministro della Dc Anni 80, deluso dal Pid, ha già voltato pagina lanciando la sua “Iniziativa popolare”.
L’Udc, tuttavia, ha perso per strada importanti esponenti anche lontano dalle lotte intestine in Sicilia. Al Parlamento europeo siedono ancora Aldo Patricello e Vito Bonsignore, eletti a Strasburgo con Casini e poi passati al Pdl in Italia. Patricello (già condannato a 4 mesi per finanziamento illecito) è stato rinviato a giudizio insieme al fratello Gaetano dal Tribunale di Isernia per frode nell’ambito dell’inchiesta “Piedi d’argilla”, così detta per via di certi piloni dell’Autostrada del Molise costruiti con materiale difettoso. Il nome di Bonsignore invece, già condannato negli anni 90 assieme all’ex segretario amministrativo della Dc Severino Citaristi per tentata corruzione, è tornato nella cronaca giudiziaria per via dei tre anni e sei mesi per la tentata scalata Bnl da parte di Unipol inflittigli in primo grado dal Tribunale di Milano il 31 ottobre scorso.