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 2011  novembre 22 Martedì calendario

BERLUSCONI COME BREZNEV UN PARAGONE PARADOSSALE

Ho letto, su un quotidiano di casa nostra, un articolo che paragonava Berlusconi a Leonid Breznev. Potrebbe spiegare il perché di questo accostamento così basso al «nostro caro» ex primo ministro?
Berto Binelli
bertobb.binelli@gmail.com
Caro Binelli, il confronto è paradossale e sottintende un polemico giudizio negativo sulla persona e la carriera politica di Silvio Berlusconi. Ma come in tutti i paradossi, anche in questo si nasconde un granello di verità.
Leonid Breznev fu eletto alla segreteria del partito comunista sovietico dopo la defenestrazione di Nikita Kruscev nell’ottobre del 1964. Era nato nel 1906 e apparteneva quindi alla generazione che aveva visto la rivoluzione in calzoni corti e aveva cominciato la propria carriera politica dopo la morte di Lenin. Venne scelto perché aveva un impeccabile pedigree comunista ed era stato, negli ultimi anni, il maggiore critico della gestione di Kruscev. All’origine di quelle critiche vi erano due fattori che ebbero una forte influenza sul lungo segretariato di Breznev. In primo luogo il processo a Stalin, avviato dal suo predecessore con il rapporto segreto al XX congresso del Pcus, aveva suscitato grandi speranze soprattutto fra gli intellettuali e le fasce giovanili del partito, ma aveva irritato i conservatori e chiunque fosse interessato a frenare il cambiamento del regime. In secondo luogo gli ambiziosi progetti di Kruscev erano quasi tutti falliti. La grande riforma agricola era rimasta nel cassetto, il progetto per il dirottamento dei fiumi siberiani si era rivelato clamorosamente sbagliato, l’Urss era stata costretta a importare quantità massicce di grano canadese e i rapporti con la Cina si erano bruscamente incrinati sino a lasciare intravedere la possibilità di un conflitto. La profezia con cui Kruscev aveva provocato l’Occidente («Vi seppelliremo») si stava ritorcendo contro l’Urss.
Breznev interpretò perfettamente i sentimenti di coloro che lo avevano scelto. Accantonò i progetti riformatori, mise la sordina alle campagne antistaliniane, pronunciò discorsi ispirati alla più stretta ortodossia comunista, ma praticò di fatto la politica del «quieta non movere». Non poteva ignorare tuttavia il malumore che serpeggiava nel Paese e cercò di soffocarlo con una politica dei consumi da cui trassero qualche vantaggio le industrie italiane, fra cui in particolare la Fiat, impegnata a costruire una fabbrica automobilistica a Togliattigrad. Come Berlusconi, quindi, Breznev fu un temporeggiatore, un procrastinatore, un leader che fissava traguardi (la società comunista nel suo caso, quella liberale nel caso del fondatore di Forza Italia), ma voleva soprattutto evitare gli scogli e allontanare le scadenze più pericolose. A differenza di Berlusconi, che ebbe la sventura di governare in un’epoca di strettezze economiche, Breznev poté contare, dopo il 1973, sullo straordinario rincaro del prezzo del petrolio. Grazie alla guerra arabo-israeliana del Kippur, il leader sovietico poté riempire le casse dello Stato, ampliare l’arsenale bellico del Paese, foraggiare i Paesi amici in Africa e dare qualche soddisfazione al consumatore sovietico. Senza quel provvidenziale fattore, la crisi dell’Urss, probabilmente, sarebbe cominciata dieci anni prima.
Sergio Romano