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 2011  novembre 22 Martedì calendario

LE STRAGI, IL CAOS, I GIOCHI NASCOSTI

Le dimissioni di un governo che faceva solo da paravento al potere dei militari confermano che l’Egitto è a un passo dal caos permanente. La piazza Tahrir di oggi e il sangue che vi scorre sono diversi da quelli della rivolta di gennaio, ma ne sono anche la diretta conseguenza. Allora si trattava di abbattere il tiranno Mubarak, e la sua caduta, l’11 febbraio, fu celebrata come una guerra vinta.
Oggi, nove mesi dopo, la folla se la prende invece contro «chi vuole rubare la rivoluzione», contro quei militari che in febbraio fecero credere di partecipare alla vittoria ma ora pretendono di gestirla in proprio.
Non è bastata ai manifestanti l’immagine un po’ crudele del raìs steso su una lettiga e rinchiuso nella gabbia degli imputati. Non basta, alla gente di piazza Tahrir, un processo catartico di cui si è persa traccia a forza di lungaggini procedurali. Dopo aver eliminato il sovrano si vuole piuttosto epurare la sua corte, si reclamano a gran voce le dimissioni del generale Tantawi e della Giunta in divisa che guida provvisoriamente il Paese, si mette a rischio la pelle per chiedere il rientro dei militari nelle caserme a beneficio del «popolo vittorioso». E a gettare olio sul fuoco c’è la caduta delle illusioni, ci sono la disoccupazione giovanile che è ulteriormente cresciuta, il turismo che è comprensibilmente crollato, gli aiuti occidentali ripetutamente promessi ma che non arrivano.
I militari, del resto, danno anch’essi un contributo non indifferente alla destabilizzazione strisciante. La repressione del dissenso è tornata ad essere quella di un tempo, e colpisce in particolare proprio quegli internauti che innescarono la rivolta di gennaio. Sulla Costituzione futura i generali pretendono di esercitare un decisivo controllo di legittimità. Le elezioni parlamentari che cominciano il 28 prossimo per poi durare diversi mesi dovrebbero essere seguite dalle presidenziali, ma il Consiglio militare rifiuta di fissarne la data: forse nel 2012, forse nel 2013. L’interim post-Mubarak, così, appare inevitabilmente come un tentativo di conservare il potere il più a lungo possibile, se non per sempre.
Certo, se la protesta continuasse a mietere vittime i militari potrebbero sacrificare Tantawi come fecero con Mubarak e provare a non mollare la presa sulla stanza dei bottoni. Ma un dato politico fondamentale, ormai, si è delineato con chiarezza: i Fratelli musulmani, grandi favoriti alle elezioni e di cui si diceva che avrebbero governato in accordo con i militari, hanno invece celebrato a piazza Tahrir la loro rottura con la giunta di Tantawi.
In gennaio la Fratellanza era stata presa in contropiede dalla protesta. Questa volta invece è proprio lei a organizzarla e a nutrirla, è lei a coniarne gli slogan, è lei a lanciare la sfida contro «compagni e seguaci di Mubarak». Ne risulta una ulteriore frantumazione della scena politica egiziana, che autorizza persino qualche dubbio sulla effettiva possibilità di tenere le elezioni dal 28 novembre. Dei militari abbiamo detto, e vediamo ogni giorno la loro disponibilità a reprimere o a far reprimere la protesta dagli odiati reparti della polizia. Poi ci sono i Fratelli musulmani, che sponsorizzano la nuova rivolta anche perché alla loro «destra» diventa sempre più consistente un processo di erosione verso gli ultraradicali salafiti. Anche per frenare questa emorragia si scende in piazza e si evitano i riferimenti, prima frequentissimi, al «modello turco» capace di coniugare democrazia e Islam. Contenti del contrasto esploso tra militari e Fratelli musulmani sono i partiti laici, che sperano in una futura presidenza dell’ex segretario della Lega Araba Amr Moussa ma vogliono soprattutto che i generali non concedano troppo spazio agli islamisti più militanti. E non possono essere dimenticati, dopo i molti lutti che hanno dovuto subire, gli egiziani di religione copta, certo avversari dei Fratelli musulmani ma anch’essi delusi dalla scarsa protezione ricevuta dai militari e dal loro coinvolgimento nel massacro di venticinque correligionari lo scorso mese.
Ricomporre questo mosaico non sarà facile. È più verosimile che si approfondiscano le divisioni, e che scorra altro sangue. Anche il processo elettorale, tanto auspicato, potrebbe diventare il pretesto di uno scontro confuso e senza più vincitori: il caos, appunto, che farebbe pagare un prezzo altissimo a tutto l’Occidente. E a noi italiani, in prima fila.
Franco Venturini