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 2011  novembre 22 Martedì calendario

LE SCELTE INEVITABILI

L’inchiesta giudiziaria su Finmeccanica, epicentro di
rapporti obliqui con politici e giornalisti, ha aperto la crisi al vertice del gruppo disegnato dal governo Berlusconi. Ieri si è scatenata la bufera su Marina Grossi.
Si dimette dalla Selex, una delle società più delicate e discusse? No, resiste. Va via. Resta. L’ingegner Grossi è moglie del presidente Pier Francesco Guarguaglini che, a sua volta, non aveva partecipato al consiglio del 15 novembre, chiamato ad approvare conti in profondo rosso, causa forti svalutazioni delle commesse Alenia per la Boeing e Ansaldo Breda per le ferrovie danesi.
Scandali e perdite, dunque. E scontri duri tra Guarguaglini, che difende un passato non privo di alcune grandezze, e Giuseppe Orsi che, supportato dal direttore generale Alessandro Pansa, già responsabile finanziario della holding, ha fatto le pulizie.
Per il ministro dell’Economia ad interim, il premier Mario Monti, si prospetta un impegno supplementare. Il ministero, infatti, è il socio di controllo di Finmeccanica. Per legge. E ora quella che viene a galla, al di là delle colpe dei singoli, è proprio l’incapacità del ministero dell’Economia, gestione Tremonti, di fare il suo mestiere, condizionato com’era dall’alto, di lato e dal basso da gran parte del sistema politico.
Che cosa ci si aspetta, dunque, dal governo dei competenti? Mario Monti ha problemi enormi e numerosi. Potrà delegare a un viceministro. Ma dovrà pur dare un indirizzo e tutti guarderanno comunque a lui, l’ex commissario Ue alla Concorrenza. Per quanto possa suonare esagerato il richiamo ai fondi neri dell’Eni e alla maxi tangente Enimont, l’inchiesta su Finmeccanica si va allargando a macchia d’olio. Il precedente governo non ha voluto o potuto andare a fondo, con un premier che tarantineggiava. È tempo di rimediare, certo senza anticipare le sentenze della magistratura ma anche senza aver paura di aprire i cassetti e di tirarne le conseguenze.
Il governo da Giuliano Amato lo fece, e assegnò i pieni poteri a un giovane manager dell’Eni, Franco Bernabé, che, in quanto direttore della pianificazione e controllo, conosceva il gruppo, ma, non avendo avuto cariche operative, si era tenuto lontano dai maneggi. In breve, l’Eni riconquistò la fiducia dei mercati, pur rimanendo lo Stato socio di maggioranza relativa. Saprà il governo Monti non essere da meno?
In questi frangenti, l’azionista che non abdica al ruolo si fa un’idea di chi ha fatto che cosa e in quali condizioni ha agito. Probabilmente scoprirà che, come all’Eni di vent’anni fa, non tutti i manager sono uguali e deciderà a chi dare o rinnovare la propria fiducia. Oppure commissarierà Finmeccanica. In ogni caso, avrà in mente il bene dell’azienda e del Paese.
Finmeccanica è la seconda impresa manifatturiera italiana dopo la Fiat, ma investe in ricerca e sviluppo tanto quanto Torino. In un Paese povero di grandi imprese e quasi privo di grandi imprese tecnologiche, la salvaguardia di Finmeccanica corrisponde all’interesse nazionale. Gli inviti dell’Europa a privatizzare e lo sdegno per quanto emerge dalle inchieste sembrano consigliare una rapida privatizzazione: lontano dalla politica, si pensa, torna l’onestà. Purtroppo, le cronache ci dicono che la proprietà privata non assicura l’onestà più di quella pubblica. Del resto, l’onestà, pur non rinunciabile, di per sé non assicura l’interesse nazionale. Nel caso specifico, con la cessione del suo 30% di Finmeccanica, il Tesoro incasserebbe mezzo miliardo e aprirebbe la strada alla rivendita a pezzi delle singole aziende del gruppo ai concorrenti esteri o a fondi di private equity che le rivenderebbero più tardi come sta per avvenire con Avio, per cui c’è un’offerta della francese Safrane e zero dall’Italia privata.
Nell’epoca in cui è in crisi il modello sociale fondato sulla finanza indifferente ai contenuti dell’industria, sarebbe un tragico errore affrontare la crisi di Finmeccanica con la logica breve di una merchant bank e non con l’ambizione di un Paese che pensa il futuro. Già la dismissione delle due Ansaldo, annunciata da Orsi, sarà il banco di prova per un governo azionista che, nel rispetto delle regole, voglia fare quello che fanno Sarkozy e la Merkel con Sncf-Alstom e con Deutsche Bahn-Siemens.
Massimo Mucchetti