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 2011  novembre 22 Martedì calendario

Dal Ritz all’Opéra Ecco Parigi vista da Proust - La Parigi di Marcel Proust stava tutta sulla riva destra della Senna, gli Champs Elysées e gli ampi boulevard, le dimore dei grandi borghesi e i palazzi dei grandi aristocratici, L’Etoile, l’Opéra,la place de la Madeleine e negli ultimi anni il Ritz di place Vendôme, lì dove tutto insomma gli suggeriva lusso, calma e volut­tà

Dal Ritz all’Opéra Ecco Parigi vista da Proust - La Parigi di Marcel Proust stava tutta sulla riva destra della Senna, gli Champs Elysées e gli ampi boulevard, le dimore dei grandi borghesi e i palazzi dei grandi aristocratici, L’Etoile, l’Opéra,la place de la Madeleine e negli ultimi anni il Ritz di place Vendôme, lì dove tutto insomma gli suggeriva lusso, calma e volut­tà. Sulla sponda opposta del fiu­me, la rive gauche scapigliata de­gli editori e degli scrittori, quasi non mise piede, eccettuate le visi­te di cortesia (dai Daudet, per esempio, che abitavano in rue Bel­­lechasse, vicino all’allora Gare d’Orsay), così come del resto la butte di Montmartre, che pure era sul suo lato preferito, non attirò mai la sua attenzione: troppi pitto­ri e troppe pecore, un rustico intel­lettuale che non gli si adattava. Lui era per i giardini all’inglese, per il Bois de Boulogne che Napo­le­one III aveva voluto nelle stile di Hyde Park, laghi artificiali, padi­glioni, grotte e fiori d’ogni specie; per il «giardino sentimentale» di Parc Monceau, con i suoi obeli­schi e le sue finte colonne corin­zie. L’unico motivo che nella Re­cherche spingerà Swann ad anda­re a cena da La Pérouse, che sta sul Quai des Grands Augustins, Saint-Michel in pratica, è perché quel nome sull’insegna rimanda alla via parallela a quella in cui, non lontano dagli Champs Elysées, vi­ve Odette: rue Dumont d’Urville, dal nome del navigatore che nella prima metà dell’Ottocento ritro­vò, durante un viaggio in Oceania, proprio il relitto della nave di La Pérouse... Tutto in Proust era così, gli acco­stamenti «per ragioni al contem­po artistiche e bislacche, che ven­gono definite romantiche». Una topografia sentimentale, dun­que, la via che equivale alla perso­na che vi abita e di cui siamo inna­morati. Quando l’amore svani­sce, torna la dimensione mera­mente storica o geografica. Con La Parigi di Marcel Proust (Excelsior 1881, pagg. 204, euro 21,50, riccamente illustrato, tra­duzione di Ilaria Ortolina) Henri Raczymow ha fatto uno di quei li­bri che sono la gioia degli innamo­rati di Proust, un po’ meno la no­stra, semplici ammiratori. Se si guarda alla geografica artistica che accompagna questo scritto­re, si vedranno i dipinti di More­au, simbolici e angosciosi, le mari­ne di Vuillard, le scene di vita di Caillebotte e di Blanche, le nature morte di Chardin, i paesaggi di Vermeer, ma sono le assenze a es­sere rivelatrici. Manca Poussin, non c’è David, non fanno parte del gioco Delacroix e Ingres, classi­co e neo classico, Grand Siècle e Età dei Lumi sembrano per lui non essere quasi esistiti. Il lato sto­ricamente grandioso, le passioni supreme, i gesti esemplari, le scel­te estreme, le negazioni assolute e le affermazioni sovrane non rien­trano nel suo mondo. Attratto dal­l’aristocrazia, il borghese Proust la coglie nel suo aspetto decaden­­te e fragile, nel suo essere la corni­ce di un qualcosa che ormai non esiste, nella ritualità che nascon­de la mancanza di un contenuto, nel sopravvivere di tic, tabù e ma­nie che non ce la fanno più a ele­varsi a visione del mondo. Sta an­che qui lo snobismo di Proust, che Henri Raczymow affronta con cautela, accontentandosi di cede­re la parola al diretto interessato. Ciò che ne vien fuori è uno strepi­toso snobismo alla rovescia: «I do­mestici sono più istruiti dei duchi e parlano un francese migliore, ma sono più puntigliosi sull’eti­chetta e meno semplici. Tutto sommato si equivalgono». Se si va al 102 di Boulevard Haus­smann, dove visse dal 1906 al 1919 e dove scrisse la maggior parte del­la Recherche , al secondo piano si può ancora visitare, grazie al mecenatismo della Banca SNVB, «il salotto di Marcel Proust»: c’è, perfettamente restaurata, la stan­za­dalle pareti e dal soffitto rivesti­ti di sughero, i pesanti tendaggi e il suo ritratto in abito da sera realiz­zato da Blanche, un letto in otto­ne, uno scrittoio, un calamaio, il bastone regalatogli dal marchese di Albufera. I mobili originali però stanno al Museo Carnavalet... La Brasserie Weber in rue Ro­yal, dove i sostenitori di Dreyfus e i suoi accusatori sedevano ai lati op­posti della sala, oggi ospita gli uffi­ci della Lufthansa e delle cerami­che Villeroy e Bosh, il ristorante Larue, nella vicina place de la Ma­deleine, a due passi dal numero 9 di Boulevard Malesherbes dove lo scrittore abiterà per 28 anni, ades­so è lo showroom dello stilista Cer­ruti. Solo il Ritz è ancora il Ritz: du­rante la guerra gli dava l’idea di «un grande piroscafo di lusso in mezzo alle brume dell’Atlantico settentrionale». Per un periodo ci visse anche e nel luglio 1922, po­chi mesi prima di morire, cenò qui quasi tutte le sere, gli odori di cuci­na banditi da casa per via del­l’asma. A Colette apparve in «un cappotto foderato di lontra, aper­to, marsina e camicia bianca, cra­vattino di batista slacciato, un cap­pell­o a cilindro sistemato all’indie­tro a causa del freddo, e ciocche di capelli che gli cadevano disordi­natamente sulle sopracciglia». Oggi una delle suites dell’albergo porta il suo nome. Anche il teatro dei burattini del­la Rotonde degli Champs Elysées esiste ancora, all’angolo fra ave­nue Matignon e avenue Gabriel, ma l’opera di Proust non è realista e quindi va tutto preso con caute­la. I luoghi, come i personaggi, so­no il risultato di una fusione, frut­to di una condensazione e di uno spostamento. Come scrive Raczy­mow, «per lui un luogo così come una persona, è essenzialmente un oggetto del desiderio. Il toponi­mismo parigino, in Proust, è abita­to, incantato». Buona passeggia­ta.